Una finestra sull’arte, seconda : Giorgio De Chirico

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Cari Tutti, Sperando di fare cosa gradita, vi presento la “seconda parte” dell’articolo dedicato all’arte di Giorgio De Chirico.

Per tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di leggere la “parte prima” di questo articolo ma che desiderano non perdere l’occasione per poterlo fare, vi invito ad andare sulla pagina di “Informare” per rilevare l’articolo già pubblicato utilizzando il seguente Link. Vi auguro buona lettura.

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Canto d’Amore”, 1914, olio su tela, cm73x59,1cm, Museum of Modern Art di New York.

Questo dipinto ha un fascino misterioso, come quasi tutte le opere metafisiche di De Chirico. In uno spazio urbano, dall’aspetto identico a tante sue “piazze d’Italia”, sul fianco di un edificio è collocata una testa enorme, frammento di una statua classica, e un guanto da chirurgo, anch’esso gigantesco; a terra vi è infine una enorme palla verde. Cosa abbiano in comune questi tre elementi fuori scala, non è dato sapere, né cosa abbiano in comune con il titolo «Canto d’amore». René Magritte divenne un pittore surrealista proprio dopo aver visto questo quadro di De Chirico. I colori dominanti del rosso, bianco e verde sono stati considerati come un’allusione patriottica alla vigilia della grande guerra. De Chirico, come sempre, combina in modo enigmatico e labirintico simboli antichi, quali la testa dell’Apollo del Belvedere, e moderni come il guanto di gomma e il treno sullo sfondo che rimanda al lavoro del padre del pittore ( ingegnere ferroviario).

Le muse inquietanti”, 1917-1919, olio su tela, cm 97×67cm, coll. Privata Milano .

Questo dipinto è uno dei più famosi, può essere considerato il quadro-manifesto della “pittura metafisica”. Fu battezzato inizialmente “Le vergini inquietanti”. Viene realizzato quando De Chirico è a Ferrara, città nella quale viene assegnato da militare e in cui trascorre del tempo nell’ Ospedale Militare per disturbi nervosi. Qui conosce i pittori Filippo De Pisis e Carlo Carrà, con i quali approfondisce i temi della pittura metafisica.  La dimensione sospesa del paesaggio urbano ferrarese è fondamentale per la svolta ”metafisica” della sua opera. L’artista costruisce gli scenari irreali e misteriosi delle sue piazze.

Sullo sfondo si intravede un castello molto simile al rinascimentale Castello di Ferrara che fa da contraltare a una fabbrica, sulla sinistra, con le alte ciminiere. Atmosfera straniante e surreale. Al centro della composizione sono dipinti una statua e due manichini da sartoria: il manichino più lontano ha forme matronali, è privo di testa (che poggia momentaneamente per terra) e siede su un baule; l’altro posa eretto in primo piano e ha la metà inferiore del corpo scanalata come una colonna. Lunghe ombre attraversano una piazza deserta destando stati d’animo di sospensione, provvisorietà e presagio. Tutto è avvolto dalla consueta atmosfera immobile e silenziosa, mentre i colori, luminosi e vivaci, contribuiscono a creare una dimensione onirica.

Il quadro invita lo spettatore a decifrare quanto sta osservando: appunto per questo motivo che tali muse, tali manichini, vengono definite inquietanti.

Ettore e Andromaca”, 1917, olio su tela, Milano, coll. Privata.

Come nelle Muse inquietanti, anche in “Ettore e Andromaca” troviamo dei manichini ma in questo caso sono protagonisti: i due mitici personaggi si stringono nell’ultimo abbraccio presso le “Porte Scee”, (le porte della città di Troia), prima del duello con Achille che segnerà la morte di Ettore. La scena dell’incontro fra i due innamorati rappresenta un inno alla classicità, ma anche all’amore. L’episodio dell’addio di Ettore e Andromaca è stato collegato alle esperienze personali del pittore che, allo scoppio della prima guerra mondiale, viene arruolato a insieme al fratello. I personaggi sono senza volto e con il corpo ridotto a forme geometriche elementari; i colori sono freddi e l’ambientazione appartiene a una realtà fuori dal tempo e dallo spazio;

Inoltre, l’artista riproduce oggetti ed elementi del mondo reale, accostandoli e combinandoli tra loro in maniera assurda. In questo modo gli oggetti si spogliano dei loro significati abituali, l’opera perde il suo legame con la realtà e si colloca al di fuori di essa. Altro aspetto importante è il senso di mistero e inquietudine che pervade la scena. Il collocarsi dell’opera al di fuori del tempo e dello spazio fisico suscita un senso di spaesamento, di enigma.

 Dal 1918 Giorgio De Chirico vive tra Roma e Firenze.

L’artista tra il 1918 e il 1922 partecipa attivamente a dar vita alla rivista di critica d’arte “Valori plastici”, fondata a Roma. Dopo la mostra “Valori Plastici”, organizzata a Berlino nel 1921, De Chirico influenzerà gli esponenti della nuova oggettività tedesca e influenzerà decisamente i pittori surrealisti da Magritte a Dalì, a Max Ernst. Tuttavia, riceve il ripudio di Andre Breton, poeta e critico d’arte francese e teorico del surrealismo.

 Risale al 1926 il dipinto “Manichini araldici”, olio su tela , coll. Privata.

Il tema dei manichini e le suggestioni metafisiche sono arricchiti dalla presenza di riferimenti all’antichità greca, testimonianza di una civiltà di cui l’artista si sente erede e continuatore. I due manichini, giganteschi e sproporzionati, sono colorati in maniera differente, forse per indicare che si tratta di un uomo e di una donna.

Nel 1935 Giorgio De Chirico è chiamato negli Stati Uniti dove rimane fino al 1936 con la sua compagna Isabella Far, cui resterà legato fino alla morte.

Nel 1947 De Chirico si stabilisce definitivamente a Roma, a Piazza di Spagna.

Tutta la sua opera resta comunque all’insegna del mistero, dell’inquietudine.

Piazza d’Italia”, 1952, olio su tela, cm43.5 x 56.5 cm, Collezione privata

Un’altra opera a livello metafisico è la “Piazza d’Italia”, originata in seguito al suo soggiorno a Torino nel 1912. Tutte le composizioni di De Chirico sono dominate dal ricordo di un luogo o di un momento e sono sospese tra realtà e sogno. Le strane ombre lunghe, nette e contrapposte alla luce e al colore, caldo ma terso; la geometrizzazione delle prospettive e degli alti portici, suscitano una grande impressione metafisica; il senso di solitudine e di attesa è rotto soltanto da due piccole figure umane sulla sinistra e, sul fondo, da un treno a vapore che passa sbuffando, seminascosto da un muro di mattoni. In merito alla statua classicheggiante, al centro, sul basso piedistallo, De Chirico dichiara:  “la statua sulla piazza ha sempre un aspetto eccezionale” perché ha forma umana, e al tempo stesso è immobile, marmorea, perenne.

Orfeo trovatore stanco”, 1970.

De Chirico in questo dipinto si ritrae come “Orfeo trovatore stanco”, poeta , eroe e veggente addobbato come un manichino che, riposta la lira, riposa in una piazza metafisica. Dal cielo verde traspare la figura di un castello. Nella rappresentazione pittorica compaiono gli elementi della poetica dell’artista: il portico, la torre e la tenda, tipica degli interni dechirichiani.

La scuola dei Gladiatori”, 1928, olio su tela, cm160x240cm.

Dopo la guerra e dopo la rottura del sodalizio con Carrà, De Chirico si dedica al recupero della tradizione pittorica italiana dei maestri primitivi, ovvero quei pittori scultori e miniatori che secondo Vasari, avevano preceduto Michelangelo, Raffaello e i grandi maestri che lo storico fiorentino considerava modelli insuperabili. Negli anni successivi De Chirico si orienterà verso una pittura sontuosamente baroccheggiante, dagli splendidi colori e dalle grandi linee curve.

De Chirico realizza una ricchissima serie di autoritratti.

E’ tra i maggiori pittori italiani del Novecento a diffondere la propria immagine. Si definisce “pictor classicus et optimus”, usa il colore alla maniera degli antichi, creando velature e raffinati giochi di colore.

Giorgio De Chirico muore a Roma il 20 novembre 1978 e la sua arte rimarrà consacrata nell’Olimpo dei Maestri dell’arte del Novecento. Importanti personali gli vengono dedicate dai musei di tutto il mondo.

di Mattia Fiore

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