Un tesoro nascosto: la meravigliosa scoperta di Gianluca Amato

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Lo storico dell’arte dell’Università di Napoli, Gianluca Amato, ci regala l’ennesima interessante scoperta in un viaggio attraverso la storia dell’arte.

Ci troviamo all’interno della Chiesa di Sant’Angelo a Legnaia (Firenze), dove nel corso di un accurato restauro eseguito da Silvia Bensi, Amato attribuisce a Donatello la paternità del Crocifisso Ligneo della Compagnia di sant’Agostino.
Una scoperta affascinante, monito dei tanti tesori (chissà quanti ancora nascosti) che il nostro paese ha la fortuna di possedere. Lo storico d’arte ci descrive l’opera come di piccole dimensioni, con un peso abbastanza contenuto di circa 3,300 kg.
Ciò deriva non soltanto dall’uso di un legno come il pioppo ma, in particolar modo, dalla presenza di parti interne svuotate. Potremmo quindi definirla un’opera leggera, “proprio per essere portata al cospetto dei fedeli”. L’opera è poggiata su un Crocifisso non originale e, ad oggi, è situata e ben conservata all’interno dell’Oratorio della Compagnia di Sant’Agostino. Ponendo dei quesiti al dott. Amato, siamo riusciti a captare i dettagli e le motivazioni celate sotto questa scoperta.


Cosa l’ha portato ad occuparsi e quindi a prendere in considerazione il crocifisso in questione?

«Le ricerche collaterali alla stesura della mia tesi di dottorato, conclusa nel 2013 all’Università degli Studi “Federico II” di Napoli, e dedicata allo studio dei Crocifissi lignei toscani fra tardo Duecento e prima metà del Cinquecento ».

Lei ha ricondotto la paternità del crocifisso a Donatello, “padre della scultura italiana del Quattrocento”, in particolare quali sono i dettagli su cui si è basata tale attribuzione?

«Il riconoscimento a Donatello si fonda sull’analisi dello stile, ovvero su quello strumento analitico specifico della storia dell’arte, che, attraverso i principi metodologici propri della filologia classica, della linguistica storica e della critica storica, finalizza la lettura di un’opera ricostruendone i rapporti con il corpus di un determinato autore. Nelle sue parti di maggior qualità, il Cristo di Legnaia richiama confronti stringenti soprattutto col nudo virile dell’Oloferne nel celebre gruppo bronzeo della Giuditta, oggi nella Sala dei Gigli del Palazzo Vecchio di Firenze. Questa testimonianza emblematica della produzione tarda di Donatello, elaborata per i Medici a partire da 1457 circa, ma conclusa solo tra il 1461 e il 1464, offre validi elementi per confermare la paternità e la datazione del Crocifisso. L’opera di Legnaia si configura, quindi, come un testo figurativo complesso: un caso di studio interessante, che documenta le modalità operative del maestro fin negli ultimi anni della sua luminosa carriera».

Potrebbero, secondo lei, esistere altri crocifissi o altre opere di estremo valore riconducibili alla mano di Donatello, non ancora identificate?

«In assoluto non lo si può escludere. Pensando ai Crocifissi lignei di Donatello, risale al 2008 la pubblicazione del bellissimo esemplare, di dimensioni monumentali, scolpito dal maestro per la chiesa dei Servi di Padova. L’importante scoperta si deve agli studi di Marco Ruffini e Francesco Caglioti. La buona ricerca, insomma, può riservare ancora oggi sorprese inaspettate».

Lei è uno storico d’arte, quanto pensa che questa “scoperta” possa influire, positivamente, sulla sua carriera?

«Al momento vivo le mie scoperte (questa e altre, già note o ancora inedite) come ‘punti’ di gratificazione personale. Sono le consolazioni di un percorso travagliato e tutt’oggi, purtroppo, ricco di incognite».

La storia dell’arte italiana ci dimostra ogni giorno la sua grandezza, bellezza e vastità, motivo d’orgoglio e d’ammirazione per il nostro Paese. È doveroso ringraziare anche tutti coloro, come il Dott. Gianluca Amato, che ogni giorno svolgono un lavoro di studio costante, degno di nota, senza il quale il nostro patrimonio culturale non esisterebbe.

di Clara Gesmundo
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°204
APRILE 2020

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