Si è da poco conclusa la Cop28 di Dubai, dopo quasi due settimane di complessi lavori. A partire dal luogo stesso in cui si è tenuta – tra i paesi che maggiormente fruiscono di combustibili fossili – fino alla sua guida, il petroliere Sultan Al Jaber, la Conferenza ha suscitato non pochi dubbi e perplessità, soprattutto per il documento finale.
Il documento finale è un contentino
Troppi compromessi che hanno il sapore di un contentino e ben poche soluzioni concrete: è così che si presenta il documento finale della Cop28. Tra i punti che si evincono troviamo la necessità di mantenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5 gradi, così com’era già stato stabilito dagli accordi di Parigi del 2015, e di triplicare l’utilizzo delle energie rinnovabili.
Ha suscitato particolare perplessità la terminologia adottata nel documento finale, in cui l’eliminazione dei combustibili fossili è stata sostituita da una progressiva transizione in uscita: è la prima volta in cui i termini “fossil fuels” entrano in un documento ufficiale, ma in maniera decisamente timida e poco coraggiosa. È chiara, infatti, l’intenzione di moderare i termini per trascinare con sé tutti quei paesi che hanno fondato la propria economia sull’esportazione di petrolio, primi fra tutti l’Arabia Saudita.
Poco spazio al metano e alla differenziazione
Poca attenzione al metano: esso viene infatti soltanto citato insieme ad altri gas serra, nonostante il suo potere riscaldante sia trenta volte superiore rispetto all’anidrite carbonica. Si tratta dell’ennesimo compromesso, dato che si possono verificare perdite di metano anche durante l’estrazione e il trasporto degli idrocarburi. Nel mentre, non si ha alcun approccio differenziato alla transizione energetica, suscitando grandi polemiche da parte di quei paesi in cui il passaggio a fonti d’energia rinnovabili può essere traumatico. Il nucleare trova spazio nel documento, parlando così di voler triplicare il suo utilizzo entro il 2030.
La Cop28 di Dubai è stata un fallimento
A conclusione di queste lunghe giornate di lavoro ci saremmo aspettati discussioni e dichiarazioni da parte degli Stati sul documento finale. Ma nulla di tutto ciò è arrivato. Il tutto è stato risolto in pochi minuti, senza spazio per contestazioni e dibattiti di alcun tipo. Luca Bergamaschi, direttore del think tank italiano Ecco sul clima, ha dichiarato che «Riaprire il testo avrebbe significato squilibrarlo e rischiare di non chiuderlo»: è forse paura, questa, proveniente dai vertici della Cop28? Timore di non portare a casa quello che è a tutti gli effetti un “compitino” e non una soluzione efficace a lungo termine?
Si parla di risultati storici e di grandi successi, ma è palese che non sia così: basti pensare alla rappresentante di Samoa che, in seguito all’approvazione del documento, ha concluso il proprio discorso rivolgendosi direttamente al presidente e dichiarando che «ha fatto come se noi non fossimo nella stanza». Un risultato deludente in un’epoca storica che aveva, e continua ad avere, terribilmente bisogno di una svolta decisiva.



















