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La Cop28 di Dubai sarà decisa dai lobbisti, come sempre

Donato Di Stasio 03/12/2023
Updated 2023/12/03 at 3:12 AM
6 Minuti per la lettura

È iniziata giovedì scorso la Cop28, la conferenza annuale delle Nazioni Unite per parlare e discutere di cambiamento climatico. L’edizione 2023 si sta svolgendo a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e terminerà il prossimo 12 dicembre. Come ogni anno, governi, capi di Stato e ministri di tutto il mondo si danno appuntamento per studiare programmi e strategie al fine di contrastare il surriscaldamento globale che attanaglia, ormai da decenni, il pianeta. Al centro dei convegni degli ultimi anni, compreso l’attuale, continua ad esserci il tema più delicato di tutti: contenere l’aumento della temperatura media entro 1,5 gradi per il 2100, obiettivo stabilito durante gli Accordi di Parigi del 2015 e che gli esperti dichiarano già essere impossibile da raggiungere. Le previsioni ONU hanno infatti confermato che l’incremento delle condizioni termiche sarà sicuramente maggiore, il quale potrebbe addirittura toccare i 3 gradi. Non un buon auspicio per il futuro, che non migliora se si pensa che la Cop di quest’anno si tiene in uno dei paesi per i quali i combustibili fossili rappresentano una fonte di ricchezza. E, tra l’altro, con un petroliere a guidarla, Sultan Al Jaber.

Cop28 a Dubai: il “global stocktake” è inutile senza l’impegno dei “paesi inquinanti”

Oltre all’innalzamento della temperatura globale, durante la Cop28 di Dubai sarà affrontata un’altra faccenda di particolare interesse, il global stocktake. Esso consiste in attività di verifica degli impegni presi dai singoli paesi nella capitale francese nel 2015, promesse legate principalmente alla produzione e all’utilizzo maggiore di energia rinnovabile e alla riduzione di gas serra. Impegni in parte mantenuti dagli Stati membri dell’Unione Europea, chi più chi meno, ma c’è un paradosso di fondo. Nonostante anche Cina e India, due paesi che insieme raggiungono più del 70% di emissioni di CO2 globali, abbiano partecipato agli Accordi di Parigi, negli anni successivi essi hanno mantenuto alto il livello di inquinamento, dando l’impressione di non avere intenzione di cambiare strategia, almeno nel futuro prossimo. E non con tutti i torti, poiché le entrate economiche nazionali di entrambe dipendono in gran parte da attività che si servono di CO2, come l’export. Anche se il global stocktake dovesse dimostrare che l’Unione Europea abbia cambiato marcia rispetto alla fabbricazione di energia, rimarrebbe il problema dei paesi inquinanti. Servirà un compromesso, un sacrificio di tutte le parti in causa, e serve ora, necessariamente.

Un petroliere a guida della Cop28: il controsenso di Dubai

Non solo Cina e India. Da tempo, a preoccupare sono anche altre zone orientali, Qatar o Emirati Arabi Uniti per esempio, le cosiddette terre degli sceicchi. Sì, perché si tratta di stati che devono la loro fortuna ai combustibili fossili. Il fatto che la più importante conferenza mondiale dedicata all’ambiente sia stata organizzata in uno di questi costituisce un vero e proprio controsenso. Ma attenzione, l’edizione 2023 ha riservato il controsenso del controsenso: la Cop28 di Dubai sarà infatti guidata da un petroliere, Sultan Al Jaber, ministro dell’Industria degli Emirati Arabi Uniti e CEO della Abu Dhabi National Oil Company (Adoc). Una scelta che non lascia ben sperare, soprattutto dopo l’inchiesta pubblicata dalla BBC, secondo la quale Al Jaber avrebbe usato gli incontri preparatori per la conferenza per negoziare nuovi accordi petroliferi. Ecco allora che emerge una preoccupazione più che motivata: ad avere maggiore cassa di risonanza durante gli incontri di Dubai potrebbero essere figure legate a compagnie e grandi industrie, lobbisti e gruppi di pressione.

L’ultima idea della Cop di Dubai

Ieri mattina, nella terza giornata della Cop28, si è fatta strada un’ulteriore idea per cercare di invertire il trend negativo sull’inquinamento. È stata infatti avanzata una proposta che riguarda la triplicazione della produzione mondiale di energia nucleare entro il 2050, fino a questo momento sottoscritta da circa venti stati, tra cui Francia e Stati Uniti, senza però il supporto di paesi chiave come Cina e Russia. Lo scopo sarebbe quello di aumentare in maniera consistente la fabbricazione di energia pulita rispetto al 2020, con la conseguente riduzione della dipendenza da carbone e gas. Puntare di più su questo tipo di energia comporterebbe senza ombra di dubbio dei vantaggi, visto che il nucleare è una fonte a bassa emissione di CO2, e assicurerebbe tassi più alti di sicurezza energetica. Tuttavia, non mancano dubbi relativi al suo uso: il primo tocca l’aspetto della sicurezza (tutti ricordano quanto accaduto a Cernobyl nel 1986), l’altro è incentrato sui costi che deriverebbero dallo smantellamento degli impianti e dalla gestione dei rifiuti accumulati.

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