Star Wars: The Rise of Skywalker – Come fallire un franchise

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Star Wars: The Rise of Skywalker ha guadagnato, in data della stesura di questo articolo, appena qualche milione di più di un miliardo di dollari, con estrema fatica e contro il quasi miliardo e mezzo del suo predecessore, The Last Jedi, e i due del film che ha iniziato questa Trilogia Sequel, The Force Awakens. Inoltre, con un 52% su Rotten Tomatoes, è il film di Star Wars peggio recensito.

Che succede? Star Wars, quando è tornato al cinema nel 2015, sembrava un gigante che avrebbe sorpassato la Marvel, la DC, i Transformer, James Bond, e tutti i franchise del mondo. Ora si parla di peggior film dell’anno, peggior conclusione di una saga cinematografica, per giunta una di 42 anni.

La risposta è semplice: dopo averlo visto per ben tre volte ed esaminato parecchi avvenimenti dietro le quinte, posso dire con chiarezza che Star Wars: The Rise of Skywalker non è per niente un bel film. Con una trama che sembra composta di tre stagioni di una serie TV condensate in due ore e personaggi deragliati in maniere sconcertanti, è una catastrofe su quasi tutti i fronti, salvata solo dal suo box office e dal fatto che—e ve lo dico da fan di Star Wars—a un fan di Star Wars piacciono anche le cose più mediocri e ridicole del franchise. È una pietra miliare che rimarrà sempre nei nostri cuori, dopotutto—ma la nostalgia non può salvare un film mediocre, e purtroppo la nostalgia è l’unico trucco che il regista di TROS, J.J. “Mister Lost e AliasAbrams sembra conoscere. Ma parliamo dei fallimenti del film.

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Funziona come film preso da solo? Vediamo.

Chewbacca muore a metà film e poi ricompare miracolosamente illeso senza spiegazioni, C-3PO tenta un nobile sacrificio che viene convenientemente annullato venti minuti dopo, il Generale Hux muore come un pirla ucciso da uno sconosciuto suo collega che essenzialmente soddisfa la sua stessa funzione, Leia è palesemente fatta di controfigure, filmati riciclati e si nota in maniera piuttosto sgradevole, tutti i personaggi cambiano idea ogni tre minuti senza mostrarci un procedimento logico di pensiero o anche il perché. Ah, e tutti i personaggi con la Forza sono overpowered in una maniera assurda. Rey e Kylo Ren giocano al tiro alla fune con la Forza e si sanno teletrasportare. Palpatine (tornato in vita dopo essere esploso nello spazio due volte) fa esplodere una flotta di navi da guerra da sotto la crosta del pianeta e a momenti distrugge un’altra flotta con una tempesta di fulmini da lui scatenata. La logica non è potente in questo film.

Funziona, come sequel di The Last Jedi?

No, perché ne distrugge il tema principale (che chiunque può essere un eroe anche se non è imparentato a nessuno di importante) rendendo la protagonista Rey la nipote del villain delle prime due triloge, l’Imperatore Palpatine AKA Darth Sidious. No, perché ne distrugge la trama: Kylo Ren/Ben Solo si redime, trasformandolo in un clone di Anakin Skywalker/Darth Vader invece del complesso personaggio pronto a commettere atrocità in nome di quello che considera davvero il bene comune. No, perché uno dei personaggi fondamentali, Rose, timida meccanica divenuta ardente freedom fighter che ispira sia i protagonisti che la gente comune a mostrare coraggio contro l’oppressione e la paura, nonché primo protagonista asiatico di Star Wars e distruttrice di Dio solo sa quante barriere razziali in questo modo, riceve un solo minuto sullo schermo.

Funziona, come finale della Trilogia Sequel?

No, perché la trama, come ho detto, scompare per far tornare un villain già conosciuto, e si informareonline-star-wars-1 (2)
perde il tema di una nuova generazione di eroi come l’ambiguità morale introdotta da Rian Johnson, progressi enormi per Star Wars, un franchise che, pur producendo opere

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perde il tema di una nuova generazione di eroi come l’ambiguità morale introdotta da Rian Johnson, progressi enormi per Star Wars, un franchise che, pur producendo opere
più rischiose nel proprio contesto, come Revenge of the Sith o The Clone Wars o Rebels, ha sempre pescato nel passato per raccontare le proprie storie. Tra l’altro, la trama è un copia-incolla di Return of the Jedi (con più esplosioni). Fateci caso: andiamo su un pianeta deserto, c’è un’arma distruggi-pianeti (un’intera flotta!), la Morte Nera, Endor, Tattooine, gli eroi devono colpire un bersaglio strategico che può distruggere l’intero esercito nemico, l’eroe (Luke/Rey) e il villain (Darth Vader/Kylo Ren) iniziano come avversari ma poi si ritrovano entrambi a combattere contro il Big Bad (Palpatine), e tutta la Galassia gioisce. Con l’aggiunta, stavolta, di un bacio lesbico che potrà convenientemente essere eliminato dal film quando dovranno esportarlo in Cina.

E come finale della saga cinematografica di Star Wars in generale?

No. Neanche lontanamente. Le ragioni da me elencate sopra dovrebbero renderlo abastanza chiaro, ma vi sono anche altri motivi. Chiariamo una cosa: una fondamentale parte del successo di Star Wars è sempre stato il fatto che fosse una storia per tutte le età, d’accordo, ma è sempre stato incredibilmente progressista per il suo genere (salvo qualche sterotipo come Jar Jar Binks, i Neimoidiani e Watto). La Trilogia Originale ci regalò una storia di persone comuni che si ribellavano a un impero fascista, guidate da un bracciante (Luke), una principessa sopravvissuta al genocidio del suo popolo (Leia), due criminali (Han e Chewie), e il capo nero di una miniera (Lando). La Trilogia Prequel ci raccontò la storia di uno schiavo liberato (Anakin/Vader) lentamente corrotto da una guerra innescata da politici corrotti e capitalisti e manipolato da un predatore altolocato (Palpatine); in più ci regalò un altro personaggio nero iconico, il leader Jedi Mace Windu, e un intero esercito di Maori (i Cloni).

La Trilogia Sequel riprende il modello dell’Originale, ma i nuovi eroi sono una donna ai margini della società (Rey), un disertore (Finn) di colore, e un freedom fighter (Poe) latinoamericano. Un cast molto più etnicamente diverso, che rispecchia molto di più il suo pubblico. Poi Rian Johnson ha introdotto Rose…e mezzo fandom è insorto (almeno in America) soltanto perché era una protagonista donna e asiatica, coprendo l’attrice di Rose, Kelly Marie Tran, di minacce e insulti fino a farle cancellare i suoi profili social. La Disney, pur di non perdere i soldi di queste persone, ha preferito farla sparire da TROS anziché difendere questa decisione incredibilmente importante per Hollywood e il turbolento clima sociale attuale. E lo so che pretendere integrità da una supermultinazionale è ridicolo, ma almeno fingere?

L’unica cosa che mi è piaciuta veramente del film sono gli ultimi tre minuti, in cui Rey torna su Tattooine, nella casa di Luke dove tutto è cominciato nel 1977. Lì seppelisce la sua prima spada laser (quella di Anakin), e adotta il nome Skywalker mentre gli spiriti di Luke e Leia la guardano orgogliosi. È un momento che, veramente, strappa una lacrima. E forse è abbastanza potente da far dimenticare le pessime due ore e passa precedenti, ma appena esci dal cinema ti torna tutto in mente e la magia svanisce. Ah, e poi c’è il cameo di Harrison Ford, ma si vede che gli pesa.

È un casino di film, TROS. Certo, il fatto che sia morta Carrie Fisher poco prima dell’inizio delle riprese, quando il film avrebbe dovuto concentrarsi sul suo personaggio, Leia, come TFA aveva fatto con Han e TLJ con Luke, non è stato certo di aiuto, ed era troppo presto per resuscitarla digitalmente come avevano fatto con Peter Cushing in Rogue One. Il punto è che tutto il film è una gigantesca prova di come nessuno aveva idea di come la trilogia sarebbe andata a finire quando hanno cominciato a produrla, e di come stava venendo scritta sul momento. The Last Jedi funziona praticamente come un film a sè stante, mentre TROS sovverte tutti i temi e i plot points, controversi e non, che Rian Johnson aveva introdotto in TLJ, ed esaudisce tutte le fan theories che TFA aveva sviluppato, ma TFA e TROS sono entrambi diretti da J.J. Abrams.

In effetti, The Rise of Skywalker doveva essere originariamente diretto da Colin Trevorrow, e secondo dettagli trapelati il suo film, Duel of the Fates, era un sequel diretto di The Last Jedi. Rey e Poe avrebbero fatto amicizia, Kylo sarebbe rimasto il villain, corrotto fino alla fine, Rose e Finn sarebbero andati in missione per portare la gente dalla parte della Resistenza, con Finn che avrebbe convinto suoi ex-commilitoni nel Primo Ordine a unirsi alla Resistenza anziché rimanere servi di una dittatura fascista. Rey avrebbe sconfitto Kylo con l’aiuto dei fantasmi di Luke, Obi-Wan e Yoda, e avrebbe poi addestrato una nuova generazione di Jedi. Arrivato il 2017 e morta Carrie Fisher, lo sceneggiatore Jack Thorne è stato ingaggiato per sistemare le cose, e Trevorrow è stato sostituito da Abrams. Il copione di Thorne è stato poi cestinato e sostituito da uno di Abrams e Chris Terrio, e il resto è una terribile, pessima storia.

Chris Terrio, per la cronaca, è lo sceneggiatore di Batman V. Superman e Justice League—quindi sa bene come rovinare un franchise.

La cosa divertente è che la sottotrama di Palpatine che ritorna e minaccia la galassia con una flotta di armi-distruggi pianeti è presa praticamente verbatim da uno delle prime graphic novel di Star Wars, Dark Empire – Il Lato Oscuro della Forza. È una storia gloriosamente Anni 90, dove tutti sono, come in TROS, overpowered e molto poco sensati. Ma almeno ha la distinzione di essere una storia tematicamente molto più dark e complessa: in esso Luke, pur di sconfiggere Palpatine, accetta di diventare suo apprendista e viene lentamente isolato e corrotto, redento solo dall’amore di sua sorella Leia. Questa storia tratta il Lato Oscuro della Forza come una droga—qualcosa che ti fa sentire incredibilmente potente ma in realtà ti distrugge—un tema ancora poco esplorato in Star Wars.

Anche con tutti i suoi difetti, è meglio di The Rise of Skywalker. Se la trovate, leggetela, è un modo infinitamente più divertente di passare il tempo. O, meglio ancora, guardatevi The Mandalorian—ne arriverà una recensione a breve.

di Lorenzo La Bella

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