Con l’estate alle porte, il tema dell’overtourism a Napoli e nelle sue isole torna con prepotenza al centro del dibattito pubblico. Ma la novità è che quest’anno, nel 2025, la situazione rischia di sfuggire definitivamente di mano. L’allarme parte da Capri, dove dodicimila persone sbarcano ogni tre ore, toccando punte medie di 50mila visitatori al giorno. La più alta densità turistica d’Italia — superiore a Roma, Venezia, Firenze, Taormina e Porto Cervo — si registra proprio qui, tra Marina Grande e la celebre piazzetta. E Napoli osserva, assorbe, subisce. Senza strumenti reali per governare l’afflusso.
Oltre il punto di rottura
La città di Napoli vive da anni un doppio paradosso: da un lato beneficia di una visibilità internazionale mai avuta prima — anche grazie a cinema, serie TV, guide di viaggio e social network — dall’altro non dispone di un piano urbano turistico capace di regolare flussi, tutelare i residenti e valorizzare le esperienze sostenibili.
Le prime denunce risalgono già al 2017, quando il centro storico cominciava a popolarsi di B&B abusivi, i Quartieri Spagnoli venivano presi d’assalto per un murales, e i mezzi pubblici andavano in tilt nei weekend. Ma otto anni dopo, le cose non solo non sono cambiate: sono peggiorate. E Capri, con il suo assedio continuo, è lo specchio più estremo di un problema che riguarda l’intera area metropolitana.
Capri come simbolo di resistenza all’overtourism
L’isola di Capri combatte da sola contro l’overtourism. Il sindaco di Capri ha introdotto una corsia preferenziale per residenti e turisti con prenotazione alberghiera alla funicolare, hostess per gestire i flussi a Marina Grande, controlli rafforzati sulle spiagge e un appello accorato al governo. A nulla, finora. La normativa che regola gli “accosti” dei traghetti è datata e non tiene conto della capienza attuale degli aliscafi, che riversano sull’isola migliaia di escursionisti “mordi e fuggi”, il 91% del totale.
Ma se Capri prova almeno a reagire, Napoli appare priva di una direzione chiara. Nessun limite agli sbarchi nel porto, nessun numero chiuso nei quartieri più congestionati, nessuna reale regolamentazione delle strutture extralberghiere. I grandi flussi da crociera, gli escursionisti giornalieri e i tour organizzati intasano ogni giorno Spaccanapoli, il Duomo di San Gennaro, il Lungomare, i Decumani. L’estate 2025 si preannuncia ancora una volta “storica” per i numeri — ma drammatica per la vivibilità.
Tra apatia istituzionale e turismo senz’anima
Il rischio è chiaro: una città-vetrina dove il visitatore medio consuma Napoli senza comprenderla. Dove i residenti si sentono sempre più estranei in casa propria. Dove gli operatori del turismo sono lasciati soli a gestire la tensione crescente tra accoglienza e sopravvivenza quotidiana. E dove le bellezze autentiche rischiano di cedere il passo al folklore da selfie.
A nulla servono i proclami stagionali se non seguono misure strutturali: una tassa di sbarco da reinvestire nei servizi, una cabina di regia tra Comune, Regione e Governo, un piano per il turismo lento e distribuito nei quartieri meno centrali, incentivi per chi soggiorna più a lungo e non si limita al “tour fotografico”.
Un futuro sostenibile è possibile?
Capri, con le sue ville storiche, i percorsi panoramici e i festival culturali, dimostra che una soluzione all’overtourism può esserci. Ma va protetto, filtrato, selezionato. Lo stesso dovrebbe accadere a Napoli: promuovere esperienze consapevoli, evitare l’effetto Venezia, educare il turista e fornire strumenti ai cittadini. Nel frattempo, però, mentre il sole di giugno illumina il Golfo, i problemi restano sul molo. E le soluzioni ancora in mare aperto.



















