La partecipazione delle persone transgender nelle competizioni sportive è un argomento controverso e ampiamente dibattuto. Anche per le Olimpiadi 2024 di Parigi le discussioni non sono mancate, soprattutto per quanto riguarda le donne transgender, ritenute più avvantaggiate. Secondo alcuni, le gare non sarebbero eque e andrebbe istituita una categoria a parte. Per altri, invece, lo sport dovrebbe essere più inclusivo.
In termini generali, con la parola transgender si indicano tutte quelle persone la cui identità di genere non corrisponde al genere e al sesso che è stato loro determinato alla nascita. Il dibattito sugli atleti e le atlete transgender, dunque, verte su domande specifiche: c’è un vantaggio ingiusto? Andrebbe istituita una categoria separata? Come può lo sport essere più inclusivo? Ciò che scienziati ed esperti vorrebbero trovare è il giusto equilibrio tra inclusione, correttezza sportiva e sicurezza.
L’opinione degli scienziati: Joanna Harper
Per racchiudere l’opinione generale degli esperti, BBC Sport intervistò nel 2022 due scienziati rappresentanti di fronti opposti. Parliamo di Ross Tucker, scienziato sportivo, e Joanna Harper, scienziata sportiva transgender. Entrambi partono dai presupposti che i diritti umani vadano posti al centro di ogni teoria, rispettando la prospettiva scientifica e la correttezza sportiva.
Joanna Harper ritiene che una categoria separata non sarebbe fattibile in quanto comprenderebbe l’1% dell’umanità, ciò renderebbe complicato trovare avversari appartenenti alla stessa divisione. Diverrebbe complicato soprattutto negli sport di squadra: «Il Regno Unito sarà in grado di schierare una squadra di football transgender? E se sì, qualche altro paese schiererà una squadra di football transgender? La squadra di football transgender del Regno Unito avrà qualcuno con cui giocare?».
La scienziata riconosce che le atlete transgender, dopo la transizione, possono mantenere alcuni vantaggi fisici ma sostiene che con adeguati trattamenti possano essere mitigati. Inoltre, sostiene che non tutti i vantaggi sono ingiusti: «Gli atleti mancini hanno vantaggi rispetto agli atleti destri in molti sport. È forse più evidente nella scherma, dove il 40% degli schermidori d’élite è mancino, contro il 10% della popolazione».
Infine, la Harper sostiene che la partecipazione delle persone transgender nelle competizioni dovrebbe essere bilanciata tra inclusività e giustizia competitiva. Secondo l’esperta il CIO potrebbe fare molto di più per delineare una politica sportiva più vicina alle persone transgender.
Il parere di Ross Tucker
Dal suo canto, Ross Tucker sostiene che le categorie separate siano la soluzione da intraprendere quando le società avranno abbattuto il loro stigma legato all’essere trans. Tuttavia, concorda anch’egli sul problema della “quantità: «Ci sarebbero così pochi atleti che non sono sicuro che sarebbero in grado di sostenere una competizione sportiva o addirittura una categoria praticabile».
Inoltre, lo scienziato ritiene che gli atleti transgender, soprattutto coloro che sono passati dalla pubertà maschile, conservino vantaggi fisici non eliminabili con il trattamento ormonale. Questo perché la pubertà maschile comporta un aumento della massa muscolare e della densità ossea che cambiano lo scheletro, il cuore, i polmoni e i livelli di emoglobina. «Tutte queste cose contribuiscono in modo significativo alle prestazioni. Abbassare il testosterone ha un certo effetto su questi sistemi, ma non è completo, quindi nella maggior parte dei casi persistono anche in presenza di una riduzione del testosterone».
Ross Tucker propone un dibattito attento e l’implementazione di politiche che considerino questi aspetti per preservare una competizione leale. A detta dello scienziato, è poco probabile riuscire ad ottenere uno scenario che riesca a fondere le richieste e i diritti degli atleti transgender con i dubbi attuali di natura medico-biologica e sociale. «La realtà è che non è possibile ripristinare l’equità abbassando il testosterone, quindi o la si deve ottenere escludendo le donne transgender oppure si deve accettare un certo grado di ingiustizia attraverso la loro inclusione. Lo sport dovrà prendere questa difficile decisione».
I criteri di partecipazione del CIO
Al momento, dunque, non c’è un approccio unanime a livello mondiale per gestire tale situazione. Il Comitato Olimpico Internazionale si è interessato alla questione solo nel 2003, quando stilò una lista di criteri che consentiva la partecipazioni agli uomini e alle donne transgender solo se: avessero compiuto un intervento di ricostruzione genitale, il loro cambio di genere fosse riconosciuto legalmente e fossero continuativamente in terapia ormonale.
Dopo svariate polemiche, nel 2015 apporta delle modifiche alla normativa dichiarando che le persone transgender potevano partecipare alle competizioni dimostrando di avere un livello di testosterone inferiore a 5 nanomoli per litro nei dodici mesi precedenti alla competizione. Comprendendo anche dei requisiti per i processi di sex verification, ovvero la verifica dell’effettivo genere di appartenenza. Quest’ultimo comprende: certificati medici, esame dei genitali oppure test ormonali e cromosomici.
Alla fine, mantenendo alcune delle precedenti decisioni, nel 2021/2022 delega le decisioni finali alle singole organizzazioni sportive ribadendo i “principi di tutela, non discriminazione, equità, non presunzione di vantaggio e approccio basato sui fatti”. In questo modo ogni corpo che governa le diverse discipline atletiche ha un suo approccio e dei suoi regolamenti specifici.
I casi Semenya e Thomas
Che lo stigma verso le persone transgender continui a persistere è dimostrato da due casi eclatanti. Caster Semenya è un’atleta sudafricana che nel 2009 vinse nella corsa di mezzofondo ai Campionati mondiali. Semenya, però, fu obbligata a sottoporsi a un test ormonale dal quale emerse la sua condizione di intersessualità per la quale produce naturalmente testosterone a livelli “maschili”. In seguito a ciò la World Athletics, nel 2019, ha escluso tutte le persone con disordini dello sviluppo sessuale dalle competizioni sportive. Semenya fece causa all’organizzazione, vinse ma non ottenne il permesso di riprendere a gareggiare.
Attualmente, invece, a subire ingiustizia è stata la nuotatrice statunitense Lia Thomas. Quest’ultima ha vinto i Tornei americani raggiungendo i requisiti necessari per qualificarsi alle Olimpiadi 2024. Tuttavia, la Federazione internazionale di nuoto World Aquatics l’ha esclusa a causa di un regolamento introdotto nel 2022. La norma esclude chiunque abbia effettuato una transizione di genere dopo i 12 anni dalle gare olimpiche. Anche Thomas ha fatto causa all’organizzazione ma il tribunale arbitrale dello sport si è espresso limitandosi a stabilire che l’atleta non ha i requisiti adatti per portare avanti il processo.
Nikki Hiltz alle Olimpiadi 2024
A seguire la scia di Laurel Hubbard, la prima atleta apertamente transgender a partecipare ai Giochi olimpici, c’è la runner transgender e non-binary Nikki Hiltz. La 30enne statunitense si è qualificatə lo scorso giugno nei 1500 metri ai trials americani di atletica leggera con un tempo record di 3 minuti, 55 secondi e 33 centesimo. Tuttavia, sembra essere l’unica persona transgender a prendere parte alle competizioni di Parigi.
Ciò dimostra che il percorso di inclusione delle persone transgender nello sport è ancora all’inizio. Al di fuori delle gare olimpiche e professionali il dibattito si estende anche al livello non agonistico e nelle categorie giovanili e amatoriali. L’auspicio per il futuro è che il dibattitto permetta a tutte e tutti di partecipare per giungere ad una decisione capace di rendere tuttə felicə.



















