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La nuova vita dell’Albergo dei poveri di Napoli

Sara Marseglia 16/02/2023
Updated 2023/02/14 at 10:44 AM
7 Minuti per la lettura

Piazza Carlo III, nel cuore della città di Napoli, è sovrastata da un edificio dalle dimensioni notevoli: il Real Albergo dei Poveri, detto dai napoletani anche “O’ Serraglio”, il più grande edificio della città e uno dei più grandi edifici settecenteschi d’Europa. Costruito con lo scopo di accogliere i poveri della città, fu poi chiuso nel 1980 in seguito alla situazione precaria in cui si trovò l’edificio subito dopo il terremoto. Negli anni il quartiere che lo ospita ha visto un susseguirsi di amministrazioni che si sono trovate incapaci o impotenti di fronte alla gestione di un luogo così problematico. Ma le cose stanno per cambiare: l’edificio sarà al centro di un imponente progetto di riqualificazione urbana. 

LA STORIA DELL’ALBERGO DEI POVERI

Il settecento napoletano ha visto il radicarsi della cultura illuminista sul proprio territorio. Le nuove idee politiche presto si spostarono sul piano urbanistico. La svolta illuminista di Carlo III di Borbone fece sì che i poveri divenissero una preoccupazione dello Stato e così fu creata una struttura per accoglierli. Ma ben presto gli indigenti furono tenuti nella struttura contro la propria volontà, portando a episodi di violenze che valsero all’Albergo il titolo di “Reclusorio”. Nel tempo ospitò le attività più disparate: da un Centro di Rieducazione per Minorenni all’Archivio di Stato di Napoli civile. Fino alla chiusura nell’80 in seguito al crollo dell’ala sinistra.  

LA RIAPERTURA E I NUOVI PROGETTI 

Tra i progetti portati avanti dall’amministrazione di Gaetano Manfredi c’è anche la riapertura, dopo più di quarant’anni, dell’Albergo dei Poveri. Sono molte le ipotesi in gioco: un nuovo spazio espositivo per il MANN, lo spostamento della Biblioteca Nazionale o anche la riconversione dello spazio allo scopo per cui è nato. Si tratta di una delicata opera di riqualificazione urbana, per cui sono stati stanziati 10 milioni di euro di fondi. Le prime settimane di riapertura hanno visto diversi eventi tra le mura del palazzo, tra cui l’evento pop-up del Pessoa Luna Park, ente no-profit di riqualificazione urbana, di cui abbiamo intervistato gli organizzatori. 

Pessoa Luna Park: come siete nati e quali idee ci sono alla base? 

«Siamo nati nel 2019. Il progetto nasce da un’esigenza che, sembra banale, ma non lo è. Ci siamo guardati attorno e abbiamo visto una quantità di luoghi abbandonati in attesa di trasformazioni. Noi crediamo davvero che in tempi piccoli si possano fare grandi cose, basta avere una visione precisa e un buon team. Il sogno alla base di Pessoa è creare un centro culturale non convenzionale; nell’attesa abbiamo pensato di trasformarci in un format itinerante molto adattivo in grado di ascoltare le comunità. Per noi, quindi, si tratta della creazione di un ecosistema felice: si beve, si mangia, si può conoscere qualcuno. Di base si tratta di rigenerazione urbana su base culturale». 

Perché rivolgersi in particolare ai millenials? Che importanza ha secondo voi il gioco nella crescita? 

«Noi cerchiamo di essere onesti e ci rivolgiamo ad un target tra i 18 e i 35 un po’ perché lo siamo anche noi, un po’ perché pensiamo che l’offerta per la nostra generazione sia piuttosto scarsa e svilente. Il gioco è un grande un imbroglio: mettiamo in mezzo argomenti seri, ma intorno a noi non ci sono persone che sbuffano». 

Il concetto di Luna Park sembra indissolubilmente legato a quello di consumismo. Che obiettivi vi ponete nel cercare di cambiare questa concezione? 

«Il luna park è un’esca che poi abbiamo ribaltato, riempendolo di contenuti. Spesso si ha un approccio alla cultura un po’ rigido: vedere uno spazio che accoglie facilita l’apprendimento. Poi è il giocatore che può decidere a che livello approfondire». 

Di solito siete ospiti dell’Ospedale Militare, nell’ultima edizione pop-up invece eravate all’Albergo dei Poveri: com’è nata quest’idea? 

«Nel 2020 abbiamo vinto un bando del comune che si chiama “I quartieri dell’innovazione”. A quel punto abbiamo approfittato dei fondi europei per dedicarci a uno spazio abbondonato della II municipalità, l’altra scelta era il parco Viviani. Ma in generale noi ci occupiamo di progettazione temporanea, abbiamo avuto anche la fortuna di avere il supporto dell’Assessorato all’Urbanistica, che ci sta permettendo di metterci alla pari con altre città in questo ambito». 

Avete riscontrato delle difficoltà nella location? E, al contrario, avete trovato qualche aspetto particolarmente rilevante? 

«Lo spazio dell’Albergo dei Poveri è uno spazio interessantissimo e dalle potenzialità infinite, questo lo sa anche il Comune. Per quanto riguarda le difficoltà sono state più che altro tecniche, non c’erano neanche le utenze attivate. Noi siamo stati gli apripista, abbiamo testato il luogo… qualcuno deve pur cominciare. Siamo contenti di aver fatto parte di questa sperimentazione e non escludiamo di tornarci». 

Che futuro immaginate per l’Albergo dei poveri e che segnale pensiate possa dare la sua riapertura? 

«Sicuramente è un luogo che ha bisogno di un intervento urbano anche all’esterno. Per esempio, non è facile arrivarci con i mezzi, ma pensiamo che basti creare un grande centro di interesse, come è successo per Capodimonte. Ci piace l’idea di un luogo composito, con progetti di innovazione sia sociale sia culturale, cioè, appunto, un ecosistema. Una città della città in cui si sperimentino nuovi modi di fare. Speriamo che torni ad essere una grande fabbrica di qualcosa che faccia bene alla città». 

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