Il Museo di Capodimonte presenta la mostra “Gemito, dalla scultura al disegno”

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Presentata alla stampa, al Museo e Real Bosco di Capodimonte la mostra “Gemito, dalla scultura al disegno” dedicata a Vincenzo Gemito, a cura di Jean-Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano, su progetto di Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte e di Christophe Leribault, direttore del Petit Palais di Parigi, e con il progetto di allestimento dello studio COR arquitectos (Cremascoli, Okumura, Rodrigues) con Flavia Chiavaroli.

Mostre monografiche dedicate a Vincenzo Gemito sono state pochissime negli ultimi anni. Degne di rilievo la mostra del 1953 al Palazzo Reale di Napoli e la selezione presentata a Spoleto nel 1989 nell’ambito del Festival dei Due Mondi, infine la più recente mostra del 2009 in Villa Pignatelli.
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L’esposizione napoletana, che segue quella parigina dello scorso anno dal titolo “Le sculpteur de l’âme napolitaine” si muove sulla produzione classica dell’artista, ma presenta anche due sezioni di approfondimento dedicate alle due muse dell’artista, Mathilde Duffaud, francese e Anna Cutolo, napoletana; si concentra sugli ultimi vent’anni di vita nei quali il “disegno diventa scultura”, e fa il punto su l’ultima produzione nella quale sono particolarmente in luce gli stretti rapporti con altri artisti europei di inizio Novecento.

La mostra è suddivisa in nove sezioni in cui le opere sono esposte cronologicamente e associate a quelle di artisti suoi contemporanei. La maggior parte delle opere sono in collezione al Museo e Real Bosco di Capodimonte, ma molte provengono dalla Collezione Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Stigliano, partner anche dell’esposizione parigina, dal Polo Museale della Campania (Museo e Certosa di San Martino, Castel Sant’Elmo), dal MANN-Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dalle Gallerie dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, dal Museo d’Orsay di Parigi, dal Philadelphia Museum of Art e dal Getty Museum di Los Angeles negli Stati Uniti, dalla GAM-Galleria d’Arte Moderna e dalla GNAM-Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

L’allestimento della mostra al Museo e Real Bosco di Capodimonte incanta per luce, poesia e leggerezza e ripropone l’atmosfera di un vero e proprio atelier d’artista. Il progetto di ristrutturazione e di riallestimento delle sale XX, XXI, XII del Museo ricostruisce metaforicamente l’atmosfera di un atelier, quello dello studio in via Tasso di Vincenzo Gemito che dall’alto della città, isolandosi volontariamente, contemplava il meraviglioso paesaggio napoletano.

Gli espositori utilizzati in mostra sono elementi leggeri ed eleganti, sui quali la presenza dell’opera è indiscutibilmente questione prioritaria ed anima degli spazi.

Vi troviamo elementi in ferro e legno di betulla, tavoli messi a supporto dei lavori, contro-pareti di betulla che imitano una boiserie contemporanea, e che ridisegnano le pareti dell’atelier. Il paesaggio napoletano entra nelle sale attraverso cinque finestre, ristrutturate e rivestite per proteggere i vetri, e dunque le opere, dai raggi ultravioletti UV.

Bambino della ruota dell’Annunziata, Vincenzo Gemito nasce nel 1852 e cresce tra i vicoli napoletani come uno scugnizzo turbolento che osserva gli altri scugnizzi e che apprezza l’antico, che visita il Museo Archeologico e che diviene apprendista delle botteghe degli scultori Emanuele Caggiano e Stanislao Lista. Gemito frequenta per poi abbandonare presto l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, pur guadagnando la fiducia e l’apprezzamento di Domenico Morelli, suo professore di pittura, ma preferendo lo scambio con altri artisti, legandosi ai più “ribelli” Antonio Mancini, Giovan Battista Amendola, Achille d’Orsi, Vincenzo Buonocore, Luigi Fabron ed Ettore Ximenes che frequenta nello studio presso il convento abbandonato di Sant’Andrea delle Dame. A 17 anni realizza da autodidatta la scultura del Giocatore di carte, oltre ad una pregevole serie di teste in terracotta di giovanissimi scugnizzi. In questi anni si innamora di Mathilde Duffaud, modella che diventerà sua compagna e musa nell’atelier del Mojariello e che lo seguirà sebbene ammalata in Francia, dove per Gemito, ormai venticinquenne, inizieranno gli anni della fama a partire dalla esposizione della tanto meravigliosa quanto criticata statua del Pescatore al Salons di Parigi nel 1977, espressione di verismo napoletano. Gemito parteciperà a diverse edizioni della Biennale di Venezia, all’Esposizione nazionale di Belle Arti a Napoli (1877), l’Exposition universelle di Parigi (1878), all’Esposizione nazionale di Belle Arti di Torino (1880). Con l’aiuto del barone belga Oscar de Mesnil conosciuto nel 1875, aprirà una fonderia artistica a Mergellina.

“Una grande vita romanzesca e un’incomparabile abilità nel captare le anime”: così Vincenzo Gemito è tratteggiato dal direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Sylvain Bellenger.

Una vita costellata di miseria, di amore, di gloria e follia, follia che spingerà l’artista negli ultimi anni di vita, dopo la morte nel 1906 della bella Anna Cutolo, modella del Morelli, che era diventata sua seconda musa e compagna di vita, all’isolamento nella casa laboratorio in via Tasso. L’artista, all’apice del successo e in condizioni psicologiche assai precarie dedicherà straordinari disegni agli ultimi giorni di vita della moglie.

In occasione della mostra, grazie a un importante atto di mecenatismo di cinque imprese napoletane (Tecno srl, Graded, EPM, ccProtom e G&G) l’opera Coppaflora (o coppa nuziale Flora), raro esempio di un’opera d’oreficeria di Gemito in collezioni pubbliche italiane entra a fare parte delle collezioni di Capodimonte; così come approda nel Museo l’opera: il Pescatore napoletano addormentato di Antonin Moine (donazione Champion, 2020).

In mostra tra gli altri anche il Giovane pastore degli Abruzzi, il Busto di Giuseppe Verdi, il Busto di Mathilde, il Pescatoriello, il Busto di Anna, il disegno con Ritratto di Anna Gemito, un suo Autoritratto con barba lunga realizzato nel 1915, il Medaglione con testa di Medusa, due foto dal titolo Paesaggi espositivi di Luciano e Marco Pedicini.

La mostra si concluderà il 15 novembre 2020.

 

di Mina Grasso

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