Il cristianesimo nell’età tardo-antica

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Fede, religione, culto, credo sono stati da sempre i sentimenti d’animo e di azione sociale e politica che hanno plasmato il mondo, in quanto forze inarrestabili.

Il cristianesimo è quella religione che ha sconvolto il mondo occidentale ed in seguito quello orientale allora conosciuto. Roma “caput mundi”, ne ha verificata per prima la portata rivoluzionaria.

L’analisi della diffusione del cristianesimo si concentra però in un periodo specifico: l’età tardo-antica che va dal 284 al 305 d.c. Per quanto questa espressione sia ora inviso ad alcuni storici, indica quel periodo in cui inizia la lenta decadenza dell’Impero. Lo storico Cassio Dione dice: “Dopo la morte di Marc’Aurelio la storia passò da un impero d’oro a uno di ferro arrugginito”.

Il III secolo d. C. è un periodo di significativa importanza per la storia di Roma: si aprì con uno sguardo rivolto all’indietro, verso l’azione di grandi imperatori quali Traiano, Adriano e Marco Aurelio, e si chiuse guardando in avanti in direzione di un mondo completamente diverso da quello conosciuto sino ad allora.

Fu l’età delle crisi: crisi politica poiché scomparvero le dinastie imperiali e gli imperatori furono poco più che burattini giostrati dagli eserciti; le numerose riforme corrosero di volta in volta le fondamenta del governo e dell’esercito di Roma. L’aumento della crisi economica che oscillava tra svalutazioni monetarie, guerre esterne e civili, e l’Impero che non garantiva più sicurezza; crisi sociale tra comunità disgregate, carestie, epidemie.

L’eta tardo-antica si fa partire dalla reggenza di Commodo ed è proprio in questo periodo che il cristianesimo ha cominciato a godere di maggiore stima, anche perché coloro che aderivano a questa religione erano, ormai, non di rado persone di notevole qualità pratiche e morali.

Nello stesso tempo però in Oriente, più precisamente in Siria ed Asia Minore, andavano diffondendosi correnti apocalittiche che, basandosi sul testo di Giovanni per l’appunto l’Apocalisse, scorgevano i segni della prossima fine del mondo.

Infatti partendo dalla celebre invettiva: ”Guai, guai immensa città di Babilonia, possente città in un’ora sola è giunta la tua condanna”, deducevano che l’apostolo indicasse con Babilonia l’Impero e la sua distruzione.

È buffo notare come anche ora siano presenti i profeti di sciagure che annunciano la fine del mondo immaginando che essa avvenga attraverso un cataclisma primordiale senza scorgere i segni nella quotidianità, nell’odio superfluo, nel “homo homini lupus”; ciò fa comprendere come sia necessario dedicarsi al mondo e non alla sua fine.

La benevolenza verso la comunità cristiana è anche accettata dall’intervento che il filosofo cristiano Atenagora nella sua legatio pro christianis, fa dinnanzi agli imperatori Marco Aurelio e Commodo in difesa dei cristiani ritenendoli “uomini che in realtà hanno maggiore diritto di ottenere ciò che  domandano di noi che preghiamo per la vostra autorità affinché otteniate l’Impero per successione”.

In questo movimento di apertura assume grande importanza la Costitutio Antoniniana promulgata da Caracalla nel 212 d.c. la quale stabiliva la concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero aprendo le porte delle istituzioni ai ceti sociali ai quali appartenevano molti cristiani. Tale editto sanciva uno status quo precedente in quanto l’integrazione era già avvenuta de facto.

Ciò è anche conseguenza del fatto che i cristiani non sono più solo schiavi ed emarginati ma anche persone appartenenti ai ceti sociali più elevati che tendono a cancellare la visione di una religione fatta solo per gli “ultimi” concetto poco gradito alla mentalità romana. Questa tendenza fu particolarmente evidente in Oriente, in special modo ad Antiochia ed Alessandria città prospere ed intellettualmente vive.

Infatti proprio da qui provenivano grandi filosofi ed intellettuali che miravano a diffondere la dottrina cristiana come continuatrice spirituale della tradizione filosofica classica. Ovviamente tale processo poteva risultare complesso per filosofi come Epicuro e Lucrezio la cui avversione verso le divinità li poneva in una prospettiva di unione con la nuova religione. Ben diverso fu il caso di Platone, Aristotele ed in una certa misura gli Stoici. Si va diffondendo una visione “figurale” del rapporto tra classicismo e cristianesimo: come attraverso Mosè Dio aveva rivelato agli ebrei la vera legge, così si era servito dei maggiori filosofi per far conoscere all’uomo alcune dottrine sia teologiche che etiche. Plotino fu, in tal senso, il maggiore il nuovo diffusore di una corrente detta Neoplatonismo. Egli elaborò una esegesi del pensiero platonico che integrava in esso dottrine aristoteliche e stoiche. Da Platone riprese la distinzione tra iperuranio e mondo terreno, nonché il “mondo delle idee”. Plotino però inserì anche la filosofa aristoteliche notando come negli esseri viventi ci fosse un unico logos, un soffio vitale lo si potrebbe definire, da cui scaturisce il molteplice che prende il nome di Anima Mundi e cioè la sostanza vitale che da forma al tutto.

Per ciò che riguarda gli stoici, il maggiore influsso si ebbe nell’ambito dell’etica in quanto il concetto di dovere e di sacrificio portato alle estreme conseguenze era molto affine al pensiero cristiano; basti pensare allo stesso Dante e il quale collocava alle porte del Purgatorio Catone l’Uticense.

Di queste varie filosofie, quella che risulterà essere predominate sarà l’aristotelica. Tanto è vero che, a quanto dice Umberto Eco nel suo celebre romanzo “il nome della rosa”, ogni affermazione dello stagirita erano da considerarsi incontestabili.

Accanto alle nozioni squisitamente filosofiche, molti cittadini dell’impero si avvicinarono alla nuova religione con motivazioni decisamente più pratiche: infatti il momento di crisi che investiva tutta la società provocando un senso di insicurezza e di ansia, si cimentava nella speranza che il Dio dei cristiani avrebbe protetto più efficacemente dalla barbaria. Bisognò però allontanare dai nuovi adepti la paura di una sorta di “comunismo cristiano”, cioè dall’idea che bisognasse rinunciare a tutto ciò che si possedeva in favore dei poveri. Quando Clemente Alessandrino nel suo opuscolo puntualizzava che la ricchezza non è di per sé un male ma era negativo solo l’attaccamento al denaro, anche questo problema fu superato e così i ceti più abbienti non esitarono a convertirsi.

L’adattamento alla religione cristiana ad una visione più laica e pragmatica suscita in noi delle riflessioni particolarmente attuali nel momento in cui l’integralismo religioso sta causando svariati problemi: infatti, a mio avviso, una religione pur non dovendo abiurare ai suoi principi fondamentali non può restare chiusa e tetragona alle istanze del mondo in cui è calata; si corre pertanto il rischio di una estremizzazione dannosa per chi la professa e per coloro che la praticano soprattutto in realtà sempre più multietniche.

Nel 284 d.C. divenne imperatore Diocleziano, che si presentò come il difensore delle antiche tradizioni romane con la convinzione di poter superare, in tal modo, la profonda crisi sociale che attanagliava l’Impero. Tra il 303 d. C. e il 304 d.C. ordinò la distruzione delle basiliche e introdusse persino la condanna a morte per coloro i quali rifiutavano l’abiura. Ma ciò non fu applicato in ogni parte dell’Impero e la Chiesa ne uscì persino rafforzata.

L’Impero era vasto ed in subbuglio, e fu per questa ragione che Diocleziano diede vita al sistema della tetrarchia: due Augusti, uno per l’occidente ed uno per l’oriente che già in vita avrebbero dovuto indicare due Cesari, che sarebbero poi ascesi al trono alla morte degli Augusti.

Mediante questo sistema, l’Impero conoscerà uno dei suoi personaggi più importanti: Costantino.

Abbiate fede, Costantino ci guiderà nel prossimo salto temporale.

 

di Salvatore Sardella

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