Durante le vacanze di Natale gli ultimi abitanti che occupavano le case popolari di Scampia, chiamate “Vele” per la loro somiglianza con le vele di una barca, hanno dovuto lasciare le loro case.
Le Vele furono progettate negli anni ‘60 da Franco Purini come parte di un ambizioso progetto di edilizia popolare destinato a risolvere il problema della crescita urbana e delle condizioni di vita nelle periferie di Napoli. L’idea era di creare un’area residenziale; nei fatti poi non c’è mai stata un’effettiva attenzione alla gestione del luogo e alle esigenze reali degli abitanti. Spesso in queste mancavano, infatti, acqua potabile e luce e per tanti anni gli abitanti hanno respirato l’amianto.
Agli ex “veliani” viene dato un contributo per l’“autonoma sistemazione” di 400-900 euro in base al nucleo familiare, ma molte famiglie fanno fatica a trovare una nuova abitazione. I proprietari nelle aree vicine impongono condizioni difficili, come richieste di buste paga e ingenti anticipi, ostacolando l’accesso a nuove case. Alcuni si rifugiano temporaneamente presso parenti, mentre altri sono costretti a trasferirsi in località più distanti, come Giugliano o Castel Volturno. La situazione è ulteriormente complicata dalla difficoltà nell’accesso a scuole e servizi, e il sussidio erogato non basta a coprire le necessità di chi ha perso la propria casa. La gestione del processo è problematica, con scarsa attenzione alle reali necessità delle famiglie e nessun piano di supporto sociale concreto.
Uno dei punti cruciali della questione arriva quando, andando ad analizzare le informazioni, scopriamo che le nuove costruzioni saranno pronte per il 2027, ma i contributi cesseranno al termine del 2025.




La storia di Nunzia, una degli ex abitanti delle Vele di Scampia
Nunzia Loasses, 49 anni, paziente oncologica, attiva all’interno del cantiere 167, mamma premurosa di una bambina di otto anni con un leggero ritardo, viveva nelle Vele da quando aveva 5 anni e ci ha raccontato la sua storia.
Nunzia come mai sei andata a vivere nelle Vele?
«Io vivo nelle Vele dagli anni 80’. Con il terremoto di quell’anno la mia casa fu distrutta. Eravamo otto fratelli, ricordo molto poco di quel periodo, ma ricordo che era un periodo difficile per i miei genitori. Io e mio fratello dormivamo in macchina. Le Vele ci hanno accolti, sono entrata con i miei genitori e sono uscita senza di loro».
Vivere nelle case popolari è comunque un illecito. Hai mai avuto ripercussioni prima?
«Sì, ho fatto sei mesi di affidamento dal lunedì al giovedì dalle suore, il venerdì andavo a firmare e nel fine settimana ero agli arresti domiciliari. Mi feci spostare le tre ore al giorno che dovevo scontare con le suore alla mattina in modo da poter portare ed andare a prendere mia figlia a scuola».
Com’è andata quando vi hanno cacciati?
«La prima lettera di avviso di sfratto è arrivata a settembre, lo sfratto definitivo è arrivato due settimane dopo. Io ci ho messo un po’ di tempo. Trovare casa è stato difficilissimo: ora vivo a Giugliano, ma sono lontana da tutto. Lo Stato per tanti anni non ci ha mai aiutato e allora noi abbiamo costruito la nostra comunità. La cosa più difficile, però, è stata affrontare il pregiudizio di venire dalle Vele. Le persone non si fidano per fittarci le case. Molti a priori già decidono che non ci vogliono, altri non si fidano del “contributo per l’autosistemazione” e accettano solo le famiglie con una busta paga certificata. Con il cantiere 167 ci stiamo attivando per farci avere posti di lavoro, perché come me, tanti altri, desiderano avere una vita dignitosa per meriti propri».
Com’è vivere a Giugliano?
«Io adesso sto in un condominio che mi chiede un caro affitto, non ci sono i finestroni per le scale, il palazzo non credo sia a norma. Ho capito che il marcio è ovunque, non eravamo noi. Molte persone ancora non hanno trovato una sistemazione. Ho visto, anche dopo il tragico evento dell’estate della vela celeste, famiglie dormire in strada. La paura di finire in strada mi ha portata a scegliere la prima offerta che ho trovato. Non è facile spostarsi, molti ci continuano a dire che “andremo a migliorare”, ma è il loro parere. Io a Scampia ho tutte le mie cose, ho una bambina che ha dei problemi, ho dei problemi di salute e da Scampia con la metropolitana posso arrivare direttamente al Pascale. Da Giugliano per arrivare a Scampia devo prendere il treno che dista dalla casa in cui sono un’ora e un quarto di camminata».




















