Covid, un anno dopo: ne siamo usciti migliori?

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C’è un tempo interiore e uno esteriore, il tempo della scienza e quello dell’esistenza: ad alcuni lo insegna la filosofia, a ciascuno il proprio percorso di vita, scandito a barcamenarsi fra giorni che sembrano secoli e lustri che volano via in qualche secondoconcedendo giusto il tempo di inciampare in qualche attimo che li rende eterni e in momenti con i quali non vorremo mai fare i conti.  

Tutto scorre: e siamo già a marzo, un mese veramente atipico per tirare somme, quelle sono una prerogativa di dicembre. Eppure, a un anno dalla pandemia, sembra inevitabile guardarsi intorno, guardarsi dentro, per provare a capire cosa ne sia stato di noi in questo ultimo anno di non vita. Eravamo abituati a correre, a sfrecciare, con lo sguardo fisso verso un obiettivo e senza mai la possibilità di fermarci a guardare il paesaggio, convinti del fatto che, in fondo, per fermarsi a respirare ci sarebbe sempre stato tempo. Eravamo abituati a girare in lungo e largo, a fingerci cittadini del mondo avvinti da un desiderio irrefrenabile di scappare dal nostro piccolo orticello, ma mai troppo al di là, e poi il nulla.  

Poi, all’improvviso, cittadini del mondo lo siamo diventati realmente, tutti accomunati dalle stesse ansie, dalle stesse paure, uniti al grido unanime di “andrà tutto bene“, chissà se per rincuorare gli altri o per ingannare noi stessi. Mai così distanti e così vicini, mai così divisi e così compatti. Così altruisti, generosi, solidali, così cattivi, famelici, arrabbiati, la perfetta incarnazione del motto “mors tua, vita mea”, calzante a un’epoca storica attanagliata, da un anno a questa parte, dalla costante paura di non riuscire a trovare nel banco frigo di un supermercato un insignificante panetto di lievito. 

La morte ci è passata accanto, ci è piombata addosso, radendo al suolo quell’ultimo barlume di civiltà rimasto, paradossalmente insito in uno dei riti tribali più antichi per umanità: la possibilità di dire addio a un proprio caro, di camminargli accanto nel suo ultimo viaggio terreno fino alle soglie dell’ignoto. Un rito di passaggio tanto incentrato sulla morte quanto profondamente necessario alla vita, a rendere non dico accettabile, ma quantomeno tollerabile, quella linea di demarcazione astratta fra la vita terrena e quella eterna, per chi crede possa esisterne una ma, in fondo, anche per chi non ci crede. Abbiamo sperimentato la solitudine, quella più profonda e terrificante, la paura del domani e quella che un domani non ci fosse, ci siamo aggrappati, ciascuno a modo proprio, alla vita, riscoprendone tutta la potenza e l’importanza, e quanto valesse la pena lottare per tenersela stretta. Chi da un letto di ospedale, chi aggrappato a un telefono nell’attesa che squillasse o agli ultimi risparmi rimasti, animati dall’unica cosa che ci ha permesso di sopravvivere: la speranza. 

Quest’anno è stato un ladro di libertà, ma al contempo benefattore di un bene per ottenere il quale, un anno fa, avremmo venduto l’anima al diavolo, soltanto perché consapevoli che non avremmo mai potuto averne: il tempo. Sospeso, immobile, da dedicare agli altri ma soprattutto a se stessi, per conoscersi a fondo, per uscirne migliori. Un tempo speso a pensare a tutto quello che durante quest’anno avremmo potuto fare, se solo avessimo avuto la nostra vita ordinaria, normale, a tutto quello che sarebbe potuto migliorare, cambiare.

Ma la verità è che, forse, non sarebbe cambiato poi granché, esattamente come non siamo cambiati noi e il nostro approccio alla vita e alla realtà, e lo mostra quello che quotidianamente ci circonda. Quel menefreghismo e quella totale assenza di senso civico insita in ogni tentativo di aggirare le regole, di mostrarsi più scaltri, più furbi, ma anche più coraggiosi e forti, immortali, tanto a morire sono gli altri. La totale mancanza di rispetto per chi, ogni giorno, vive in corsia per salvarci la vita mettendo a repentaglio la propria. E allora, un anno dopo, un bilancio è inevitabile: siamo diventati migliori? Tutt’altro.

di Teresa Coscia

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