Quando ci riunimmo tutti a Piazza Bellini, a pochi passi dal Conservatorio dove Giovanbattista aveva studiato, nei volti della gente trovavo sempre la stessa emozione. Mentre la notizia della morte del giovane musicista era stata appresa con rabbia e dolore, quel giorno di ricordo per GiòGiò portava con sé un nuovo sentimento: la strana sensazione di smarrimento. Era già successo qualche mese prima, con la morte del giovane Francesco Pio Maimone, e nell’ultimo giorno d’Estate si ripeteva la stessa storia sbagliata. Eravamo nel ventre di Napoli e sembrava che dalle mura dei suoi palazzi avesse smesso di sgorgare gioia.
Giovanbattista Cutolo aveva 24 anni e un futuro da musicista. Suonava nell’Orchestra Scarlatti Young, lavorando saltuariamente in un pub del Vomero per sostenere gli studi al Conservatorio San Pietro a Majella. Il suo strumento era il corno, uno strumento forte, deciso. Giovanbattista era con i suoi amici e la sua ragazza in Piazza Municipio, luogo frequentatissimo del centro di Napoli. Ed è lì che ha perso la vita, ucciso barbaramente con tre colpi di pistola da un ragazzo minorenne, di appena 17 anni. Prima era stato anche aggredito.
Poi un colpo ha raggiunto il cuore. Il suo, e quello di Napoli. Con il dolore dentro tanto si è parlato, tante sono le parole che hanno provato a riempire un vuoto che si sente ancora nell’aria– lo stesso che sentivamo quel giorno a Piazza Bellini – ora la domanda è: per quanto ancora? Questa è una storia di responsabilità individuali: nulla potrà mai giustificare un atto violento. Mai. Questa tragedia non si può neanche isolare dal contesto in cui è avvenuta; perciò, la rabbia per una morte così ingiusta spinge ognuno a chiedersi come siamo arrivati qui.
UN FALLIMENTO PER TUTTI?
Ho cercato la risposta nelle storie di chi è più grande di me, ho provato a rispecchiarmi nei ragazzi e nelle ragazze che hanno vissuto e continuano a vivere ogni giorno le condizioni al limite da cui nascono le storie a cui siamo ormai abituati, fin troppo desensibilizzati. Partendo dalla carenza di un diritto, fondamentale per i giovani: quello allo studio. «Certi ragazzi sono privati a monte della questione morale, etica, sociale, e nessuno gliel’ha mai insegnata. C’è chi in quel processo educativo non ci è mai entrato. Perciò poniamoci il problema: senza chiederci banalmente “Dov’era la scuola?”, ma invece “dov’erano le istituzioni nella loro complessità?». Per la sociologa Stefania Ferraro, ogni giorno a lavoro con centinaia di studenti, si tratta di un fallimento per tutti.

All’indomani della morte di GiòGiò tanti sono corsi ai ripari. Con la necessità di prevenzione, con la volontà di “aiutare” aumentando la sicurezza in qualche punto della città. Eppure «il rischio che si corre è che gli investimenti del piano nazionale vadano a convergere verso un sistema securitario e non sociale, anche alla luce degli ultimi accadimenti» spiega Ferraro. «Il pericolo è sempre il radicamento in termini di militarizzazione sia degli interventi legislativi sia dei territori. È un rischio che c’è ed è terribile. Non si può investire solo irrigidendo sul sistema normativo, bisogna intervenire sul sistema sociale. Interventi che realmente possano prevenire queste situazioni. Prevenire significa prendere in carico un ragazzo, seguirlo. Non si può banalmente pensare che fare una campagna di prevenzione – ad esempio parlandone nelle scuole – possa risolvere totalmente. Come dicevamo prima: e se non ci vanno proprio a scuola?». Si lascia sempre più solo chi combatte la devastazione sociale in atto da anni nelle periferie come nei quartieri centrali della nostra metropoli. Napoli non è solo Caivano, ma anche Quartieri Spagnoli, Sanità, Forcella, fino a Ponticelli.
E COSÌ SI ALIMENTA LA CRIMINALITÀ
In questi quartieri manca molto. Soprattutto a mancare è l’opportunità. Così mi spiega Giuseppe Mancini: lui, del ‘97, ha vissuto l’infanzia a Scampia, nel mezzo della Faida di Camorra – lì dove la criminalità e la paura avevano preso il sopravvento di un quartiere. Dalle faide di Scampia oggi molto è cambiato, racconta Giuseppe: «La nuova generazione di Scampia è diversa da quella precedente perché ha avuto un’opportunità. L’opportunità di non sbagliare, che è estremamente importante. Dopo le guerre di Camorra era necessario ricostruire, soprattutto la nostra socialità: spesso non ci conoscevamo neanche nel quartiere. Negli anni non riuscivamo a toglierci un marchio, quello di essere di Scampia. Abbiamo pensato: “Noi non siamo quello che volete e dite voi, perciò vi dimostriamo che siamo altro”».
Quella che comprende Scampia è la municipalità più verde di Napoli, qui parchi prima abbandonati hanno ritrovato nuova vita grazie ai tanti cittadini volenterosi. E ancora le palestre all’aperto sono tornate a vivere con i ragazzi, gli eventi hanno riempito piazze e parchi del quartiere… Attorno all’aggregazione e alla solidarietà si è ricostruita una comunità prima martoriata.
BISOGNA RIFARE NAPOLI
«Iniziassero con i centri per ragazzi, a riaprire il centro Canottieri, ad aprire campetti, a rifare il parco de Simone, a dare vita»: Eleonora (nome di fantasia di una ragazza che preferisce l’anonimato) mi apre una finestra sulla sua Ponticelli: «Il potere del soldo facile, soprattutto ai giovani acceca tantissimo. Conosco amici che hanno preferito la malavita e “fare” soldi, piuttosto che lavorare 15 euro al giorno in nero». Comprano la povertà delle persone e la loro smania di arricchimento sfrenato. I valori di una persona, però, sono l’ago della bilancia: «Io sono la prima persona che ha lavorato come cameriera a 30€ a sera dalle 18 alla chiusura, minimo le 2.30/3 dove pulivi anche la cucina e i bagni, però io sono dell’idea che meglio fare questo che sporcarsi la coscienza vivendo nel timore che qualcuno un giorno ti possa minacciare per qualcosa. Io penso che i miei 30€ sudati valgano di più dei loro soldi sporchi, perché nonostante la stanchezza io la sera dormo tranquilla. Non ha prezzo secondo me mettere la testa sul cuscino con la consapevolezza che hai fatto il tuo nell’onestà».

Anche su queste basi sono in tanti, poi, che vanno via per necessità. Figli di Napoli, costretti ad abbandonarla. Pensando al dolore di chi va via, torno a Giuseppe: «Anche io ho pensato di andare via. Ad un certo punto vedevo solo il marcio. Poi mi sono guardato attorno ho visto i miei amici, mio padre e i suoi sacrifici, ho scelto di restare». Così anche io ho pensato al loro lavoro, a come è cambiato un quartiere, a come potrebbe essere l’ispirazione per cambiarne altri: «Se non ci foste stati voi? Se tutto il buono sene fosse andato?». Mi risponde: «Ci sarebbe stata una nuova Faida». Spesso, quindi, chiediamoci anche da dove proviene quel messaggio che ci vuole tutti emigranti. Senza dimenticare che, in questo doloroso esodo, c’è chi resta qui col corpo ma ci abbandona nell’anima.
Nelle strade di Napoli si confondono i luoghi di consumo con quelli di vita. «Vengono sottratti al territorio spazi di comunità e introdotti meccanismi economici – mi spiega Ferraro – dove una dimensione, quella del divertimento, è veicolata solo dal turismo sfrenato». In questa giungla moderna i giovani si perdono, forte anche la mancanza di valori familiari, esempi, luoghi dove dare sfogo alle proprie idee, alla fame di fare che biologicamente fa parte di ogni ragazzo e ragazza. Succede così che qualcuno crede di aiutare incentivando l’economia e dimenticando tutto il resto, i luoghi di vita restano pochi e abbandonati. Nella pratica aumenta ancora di più quel divario sociale di cui si nutre il fenomeno della criminalità.
«Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli? Vedrete, vedrete, quando gli studi, per questa santa opera di redenzione, saranno compiuti, quale verità fulgidissima risulterà: bisogna rifare».
Articolo e foto di Ciro Giso



















