Sempre più lavoratori italiani soffrono della sindrome di Burnout, un insieme di sintomi che deriva da una condizione di stress cronico e persistente associato all’ambito lavorativo. Negli ultimi anni si è cominciato a normalizzare il fatto che il mondo lavorativo può essere così intenso e presente nelle nostre vite di tutti i giorni, da condurci ad una condizione di disagio in cui il nostro cervello non riesce più a reggere le pressioni esterne. Può il lavoro incastrare le nostre vite a tal punto da non renderle più nostre? Quand’è che il lavoro passa dall’essere parte della propria routine al diventare un vortice risucchia energie così stremante?
Troppo spesso ci lasciamo sopraffare dalla velocità sempre più frenetica che la nostra società sta prendendo, ma non sempre è facile stare al passo e soprattutto non è obbligatorio, o almeno non lo è in certi casi. Lavorare per sentirsi realizzati, per dimostrare qualcosa, lavorare per mantenere la propria famiglia o lavorare per fare carriera, lavorare perché altrimenti non avremmo soldi che ci permetterebbero di avere acqua, cibo e comfort di ogni tipo. Fa parte del processo della vita, offrire un servizio per ricevere un compenso in cambio, da sempre. E se smettessimo di lavorare, riusciremo ancora a vivere?
Burnout: i numeri dal lavoro in Italia
“Burn out” è un termine di origine inglese che significa letteralmente “bruciato”, “esaurito”, ed è caratterizzato da una serie di episodi di affaticamento, delusione ed improduttività che si trasformano poi in un vero e proprio disinteresse nei confronti del proprio lavoro. Le professioni più ad alto rischio in Italia di andare incontro al Burnout sono le categorie di operatori che si occupano di educazione, cure e sostegno, come ad esempio medici, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e psicologi. Nonostante ciò, il distacco e la depressione lavorativa possono colpire tutti i settori: lo stress e il carico di lavoro sono solo alcuni dei fattori scatenanti.
Secondo le statistiche di Deloitte, la disoccupazione è la prima preoccupazione per il 39% dei millennial italiani rispetto al 27% dei coetanei a livello globale, a dimostrazione di quanto sia alta la pressione lavorativa che viene trasmessa. Trovare un lavoro stabile in Italia, che offra pari opportunità e che disponga di un ambiente lavorativo sano è sempre più difficile. Secondo l’Istat, in Italia, nel 2021 il tasso di occupazione dei laureati 25-64enni è all’82,1%, 4,3 punti più basso di quello medio europeo.
Per quanto riguarda tirocini e stage non pagati, gli eurodeputati hanno approvato una risoluzione che però non sarà vincolante per gli stati membri. Intanto nel nostro Paese la disoccupazione giovanile continua a salire e le opportunità di tirocini extracurricolari si sono dimezzate
E se smettessimo di lavorare?
Ritornando alla domanda del secondo paragrafo, bisogna prima fare una distinzione importante: esiste il vivere, ovvero il godersi la vita, il proprio tempo ed i propri affetti, ritagliarsi dello spazio per le piccole cose; dall’altro lato c’è il vivere quotidiano, caratterizzato dalla nostra routine, le azioni che compiamo ogni giorno, e dai beni premi primari di cui abbiamo bisogno. Se smettessimo di lavorare riusciremo sicuramente a vivere, ma non a mantenere il tipo di quotidianità a cui una persona media è abituata. Il problema non sarebbe più lo stress del lavoro, ma lo stress di non riuscire più a mantenere i benesseri primari; d’altro canto l’ossessione del lavoro e del mantenere uno stile di vita quanto meno dignitoso è sempre più impellente.
Allora vita e lavoro sono un cane che non smetterà mai di mordersi la coda? Sopravvivere in questo mondo è fondamentale, avere la fortuna di un pasto ed un bagno caldo sono cose che ormai diamo per scontato, ma che dobbiamo proprio all’opportunità di poter trovare lavoro. Ciò non significa che il nostro servizio verso gli altri debba diventare una priorità e se non vi è la possibilità di avere tempo per se stessi, è un diritto pretendere un ambiente lavorativo migliore. Sono molti, troppi i lavoratori che sostengono che il proprio reparto HR non ha mai incoraggiato un dialogo sul burnout.
Bisognerebbe ricordarci più spesso che non siamo solo dei lavoratori ma anche degli esseri umani. Lo stress mentale ed i problemi psicologici sono un ancora un problema molto importante da affrontare in Italia: nonostante stia iniziando a farsi a strada tra la normalità delle argomentazioni, rimane ancora un taboo significativo. Lavorare per vivere o vivere per lavorare? Questo è il dilemma.



















