“Così la smetti di sfottere”.
Un pallone, una scarpa sporcata. Un litigio, uno sguardo. L’esigenza di difendersi, la voglia di intimorire.
Violenza.
Iniziano a diventare veramente tante, troppe, le storie di violenza giovanile a Napoli. Storie con una trama banale, a tratti stupida, se non fosse che spesso riguarda vite spezzate o comunque minacciate.
Motivazioni assurde, fuori da ogni logica – se mai ne esistesse qualcuna lecita per togliere la vita ad un’altra persona – per cui chiedersi dov’è la ragione è veramente inutile e riduttivo. Quando un bambino di 10 anni accoltella un ragazzino di 13 anni per un pallone perdono tutti. Perdono le famiglie, perde la società, perdono le agenzie educative, perde la città, perde l’Italia intera. Non è questo il luogo in cui fare processi, ma una riflessione sul come si sia arrivati ad armare i nostri giovanissimi in nome di una legittima difesa o di una voglia di intimorire gli altri è più che dovuta. Una riflessione sul come il valore della vita stia sfuggendo dalle mani delle nuove generazioni è obbligatoria e puntare semplicisticamente il dito contro di loro è quanto di più sbagliato si possa fare.
“Homo homini lupus”
Il mondo che le precedenti generazioni hanno consegnato alle nuove non è di certo un mondo sereno, un ambiente curato in cui poter crescere. Napoli e provincia sono oggi un’espressione del problema regionale, nazionale, globale – per certi versi – di un mantra che caratterizza le società del terzo millennio: “homo homini lupus”.
L’uomo sembra aver perso la capacità di vedere nell’altro la preziosità della vita, la fragilità di quella stessa vita che può manifestarsi con gli effetti di un gesto scellerato, di un’azione dettata dall’impeto, dalla voglia di sopraffazione o, ancora peggio, da un radicato e squilibrato senso di malsana giustizia personale. L’uomo, non il giovane che è solo una parte della società, la più fragile e la vera vittima di questo gioco diabolico di violenza.
La “normalità” del male
Ecco, allora, che diventa “normale” stroncare la vita di un ragazzo e minacciare quella di un altro investendoli mentre sono su uno scooter per una storia d’amore finita male. Diventa “normale” che un giovane diciassettenne perda la vita schiantandosi con lo scooter contro un palo e nessuno abbia visto nulla. “Normale” che un paio di scarpe di marca sporcate inavvertitamente siano sufficienti per morire con un colpo di pistola in petto. “Normale” che una ragazza di diciassette anni accoltelli uno di diciannove perché così la smetterà di “sfottere”.
Come si è arrivati a questa violenza? Come invertire la rotta?
Non è questo il luogo dove tenere i processi per queste vicende, lo si ripete, né è questo l’intento di questa riflessione che, invece, vuole andare a monte della questione. Come si è arrivati a questa condizione di violenza, diffidenza, astio? Come si è arrivati a bambini e giovani con coltelli e pistole in tasca che minacciano la vita di altri bambini e giovani? E non si parla dei fenomeni delle baby gang o della criminalità organizzata – comunque altrettanto gravi – ma si parla di una situazione che attraversa estrazioni sociali, condizioni economiche, condizioni familiari, per atterrare sulla semplicità di giovani che camminano per le strade della nostra città e della nostra provincia e che non possono vivere la serenità di farlo, perché l’episodio è dietro l’angolo, per i motivi più disparati.
Sembra veramente arduo risolvere questo problema che non riguarda vietare o meno qualcosa e che non può essere di certo affrontato con “semplici” prescrizioni di legge. Il quadro attuale è stato dipinto da chi doveva prendersi cura di questi giovani e invece molto spesso li ha sottovalutati, abbandonati e, purtroppo, addirittura indirizzato male. Agenzie educative, società, istituzioni, genitori: tutti hanno la loro parte di colpa, tutti devono chiedersi cosa fare per un mondo migliore che ridoni spensieratezza ai nostri giovani. E devono farlo subito, perché già è troppo tardi.
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