“Le donne, quando restano all’interno di una relazione violenta, non scelgono la violenza: scelgono la relazione”. Insieme alla psicologa Benedetta Rizzi, spieghiamo in che modo il partner arriva a ridurre la vittima in una condizione di dipendenza tale da accettare, se non finanche – giustificare – la violenza domestica.
Non atti di violenza ma relazioni violente
La violenza domestica non si esaurisce in sporadiche manifestazioni di aggressività, talvolta estreme. Le azioni che la contraddistinguono, infatti, “non restano eventi isolati ma si ripetono ciclicamente nel tempo creando con il passare dei mesi e degli anni un clima di tensione, paura e minaccia continuo che rende la vita della vittima intollerabile. Per questo motivo si parla di ciclo della violenza.” Lo chiarisce la Dott.ssa Rizzi, consulente presso il Centro Antiviolenza Aurora di Piedimonte Matese, attiva nei progetti dell’associazione e cooperativa Spazio Donna.
Sovrapporre la violenza domestica al femminicidio è il portato dell’equivocità linguistica della narrazione – giornalistica e non – della violenza stessa. Tale dubbia operazione non è priva di rischi. Ricondurre, infatti, l’atto lesivo o omicida ad un raptus di follia significa decontestualizzare la violenza dalla relazione con il partner. Relazione in cui la violenza origina e si sviluppa. Relazione che, nel suo dispiegarsi con precise modalità, gioca un ruolo fondamentale nell’indurre la vittima ad accettare i maltrattamenti subiti.
La violenza: un campo minato
La relazione violenta plasma la donna. La vittima di maltrattamenti tenta di conformare il suo agire ad un modello comportamentale che non induca manifestazioni aggressive. “L’intrappolamento in una relazione violenta è graduale. Può essere descritto come un processo di progressivo adattamento durante il quale le donne modellano il proprio comportamento sviluppando una crescente accondiscendenza, remissività e sottomissione: tutte modalità funzionali a prevenire le esplosioni di rabbia.”
Un percorso ad ostacoli. Anzi, un campo minato dal quale è difficile, se non impossibile, uscire illesi. “Spesso le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza descrivono la loro esistenza come un continuo ‘camminare sulle uova’: qualunque comportamento, pensiero, atteggiamento può essere il fattore scatenante degli episodi violenti o dell’inasprirsi delle forme di controllo, umiliazione, vessazione e isolamento”.
La dipendenza dal partner
Un atteggiamento remissivo si rivela, senz’altro, utile ed efficace nello scongiurare la violenza e garantire la sopravvivenza e un certo margine di tranquillità. Tuttavia, a lungo andare, ciò si rivela una “strategia disfunzionale”, non del tutto avulsa da pericoli. “Questa passività appresa ha un effetto progressivo sul senso di autoefficacia della donna: lo riduce gradualmente fino ad annullarlo quasi del tutto. Ciò rende la donna completamente dipendente dal partner violento. Tale dipendenza, che non è solo economica ma anche emotiva, decisionale, relazionale, di pensiero, di interpretazione della realtà, sarà uno degli ostacoli più duri da sconfiggere per attivare un processo di consapevolezza e di liberazione.”
La trappola
Ci si interroga, sovente, su cosa spinga la donna a non troncare, sul nascere, una relazione malsana. Un quesito a tratti ingenuo ma al quale urge offrire una risposta. Tale necessità si impone per scongiurare il rischio – latente ma non di poco conto – di attribuire “la colpa” degli episodi violenti alla vittima: che non ha lasciato il proprio partner, che non ha denunciato, che ha subito in silenzio.
I motivi che possono tenere una donna intrappolata all’interno di una relazione violenta e spingerla a collaborare con l’aggressore nel mantenere il segreto sulla violenza subita sono plurimi. Alcuni, come ci spiega la Dott.ssa Rizzi, sono più frequenti e rilevanti.
La paura
Il primo è la paura: “La paura dovuta alle minacce pronunciate frequentemente dal partner: che se lo lascia potranno succedere cose terribili a lei e ai bambini, potrebbe perdere la custodia dei suoi figli, non sarà mai al sicuro perché ovunque dovesse decidere di andare lui sarà in grado di trovarla.”
Una paura paralizzante, che funge da deterrente non solo all’allontanamento della donna dalla casa e dalla relazione. È preclusivo, infatti, anche del semplice pensare di cercare un aiuto esterno e di condividere quanto accade con altre persone. “Inoltre vi è anche un altro tipo di paura che è legato a una dimensione prettamente personale della vittima: la paura di non essere creduta, di essere giudicata negativamente, di essere ritenuta colpevoledi quanto accaduto dalle persone che la circondano.”
Gli altri fattori determinanti
Ancora, i ruoli di genere: “Le donne si sentono generalmente interamente responsabili del successo o del fallimento della relazione sentimentale e andarsene viene vissuto come una colpa imperdonabile.”
Non meno decisiva, la presenza di figli minorenni: “Non solo perché il pensiero di doverli crescere da sola può essere sentito come schiacciante: anche per il senso di colpa rispetto alla rottura dell’unità familiare e alla sottrazione della figura paterna dalla vita quotidiana dei bambini.”
Va, inoltre, menzionata la mancanza di supporti esterni, da intendere in senso lato “come mancanza di un efficace sistema di supporti sociali, risorse finanziarie, centri antiviolenza o case rifugio presenti sul territorio, di una rete familiare e amicale di supporto, di competenze professionali ecc.”
In ultimo, la relazione – in senso stretto – con il partner. La vittima, infatti, avverte un forte “senso di protezione” verso il proprio compagno di vita. Ciò la induce a giustificarlo, deprivandolo di ogni colpa, e a percepire la necessità del partner di essere da lei assistito. Crede – o vuole credere – alle “insistenti scuse e promesse di cambiamento che il partner fa”. Sopra ogni altra cosa, ama il suo carnefice. “L’amore verso il partner non scompare magicamente sotto i colpi delle violenze subite. È fondamentale, infatti, ricordare che le donne, quando restano all’interno di una relazione violenta, non scelgono la violenza: scelgono la relazione!”



















