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Ancora una volta la Cina fa parlare di sé. Il Partito ha infatti imposto una limitazione per l’uso dei videogiochi da parte dei minori.
La notizia è di qualche giorno fa, ma era già nell’aria che presto il maggior intrattenimento dei ragazzi avrebbe avuto uno stop.
Pechino ha infatti inasprito le regole contro il passatempo dei ragazzi, concedendo loro di potersi collegare solo poche ore a settimana.
Un’ora al giorno.
Tre a settimana dal Venerdì alla Domenica ed in una fascia oraria ben precisa: dalle 20:00 alle 21:00.
Le nuove tecnologie hanno plasmato il nostro modo di vivere e di relazionarci, ma hanno anche ampliato le dipendenze che colpiscono l’uomo moderno.
Lo smartphone, infatti, è diventato parte integrante della nostra vita, un elemento indispensabile grazie allo sviluppo della rete che ci rende iperconnessi.
L’uso eccessivo della rete può causare quella dipendenza definita Internet Addiction Disorder (IAD) e l’uso eccessivo dei videogiochi ne è una dimostrazione.
A soffrire del “videogame addiction” sono soprattutto gli adolescenti che restano giornate intere incollati ai pc a giocare on line, sacrificando le relazioni sociali face to face.
Nonostante la Cina sia il maggior mercato al mondo per i videogiochi, sente molto il problema della dipendenza da parte dei minori.
L’ “oppio per lo spirito”, così sono stati definiti i videogiochi aveva già subito una prima battuta di arresto nel 2019.
Il governo cinese, infatti, aveva vietato ai minorenni di spendere più di 400 yuan, l’equivalente di circa 60 dollari al mese, in videogiochi.
Tra le altre misure aveva permesso loro di giocare on line per un’ora e mezza al giorno (nei week end tre), con un coprifuoco dalle 22:00 alle 8:00.
La Tencent, la Holding che fornisce servizi multimediali, mass media, internet e telefoni cellulari in Cina si è resa disponibile affinché le regole siano messe in pratica.
Il colosso aveva però già percepito qualcosa tanto da lanciare una “pattuglia di mezzanotte” contro i gamer cinesi: un riconoscimento facciale durante il login, in grado di identificare i minorenni.
Ma come per ogni cosa, si è trovato subito il modo di arginare l’ostacolo.
È bastato recuperare un account ed un documento di un adulto, che il login al proprio gioco preferito è presto fatto.
Filippo Santelli, inviato della Repubblica commenta ad HuffPost che la decisione del governo cinese è come “un approccio molto cinese alla regola”.
Ciò perché lo Stato non vede i genitori come validi educatori in grado di stabilire e far rispettare delle regole ai propri figli.
Molti ragazzini i cui genitori sono lavoratori migranti, vivono con i nonni in villaggi rurali e trascorrono la maggior parte del loro tempo ai video giochi.
“perciò il regime si sente nella posizione di dover imporre delle regole che da sole le famiglie non sono in grado di darsi” (HuffPost 31/08/2021).
Ma cosa accade invece nel nostro paese?

Nella società attuale dove tutto è legato alla rete, i videogiochi possono essere considerati una forma di gioco ma se utilizzati in modo eccessivo e smodato, possono anche diventare pericolosi.

L’uso distorto del web può sviluppare dipendenze da giochi on-line favorire l’accesso a contenuti non adatti ai minorenni.

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Nella sfera del gioco d’azzardo non esiste una normativa specifica della Comunità Europea.

Nel 2014 è stata pubblicata da parte del Parlamento una raccomandazione dove viene chiesto agli Stati membri, un’attenzione particolare sul fenomeno dei giochi on line.

In Italia non c’è una normativa che regoli la vendita dei videogiochi ai minori, si tratta soprattutto di “raccomandazioni” da parte delle case produttrici in base al codice Pegi.

Nel nostro paese, infatti, i giochi contrassegnati dall’etichetta “18” sono definiti come ‘adatti alla maggiore età, ma non ne è vietata la vendita ai minori di 18 anni.

Nella nostra legislatura sono presenti vari provvedimenti con norme rigide per la regolamentazione del gioco d’azzardo

Tra queste, la  n. 88 del 2009  rende obbligatoria la pubblicazione su tutti i siti web del divieto di gioco per i minori.

La creazione del “conto di gioco” implica infatti l’uso del codice fiscale e di un documento di identità valido.

In questo modo si crea una sorta di autoeliminazione del giocatore che stabilisce i propri limiti di spesa e il mancato successivo accesso al sistema.

Nel cotesto digitale nel quale viviamo non possiamo pensare ad una esclusione dei minorenni all’uso del web.

La strada da percorrere invece è quella verso una “cultura digitale” per gli adulti ed i minori in modo da favorire la conoscenza delle tecnologie digitali e dei pericoli della rete per una inclusione dei giovani nel mondo della rete.

di Angela di Micco

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