Viaggio nell’universo di Antonio Biasiucci

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Antonio Biasiucci, fotografo ed artista di origini casertane, indaga attraverso la lente di una macchina fotografica la complessità dell’universo umano, i suoi misteri e le sue memorie. La sua è una fotografia pura, che mira all’essenza dell’immagine, cogliendo e portando alla luce i contenuti più intimi dei propri soggetti, spesso tratti dalla semplicità dell’ambiente contadino. Attivo dai primi anni ’80, ha esposto le sue opere in musei di tutto il mondo, ottenendo diversi riconoscimenti nazionali e internazionali come: l’“European Kodak Panorama”, il “Premio Bastianelli” e il “Premio Cultura Sorrento”. L’artista ci ha raccontato in un’intervista alcuni aspetti particolari dei suoi lavori.

Come si è avvicinato al mondo della fotografia?

«Nasco in un contesto contadino, in un piccolo paese nella provincia di Caserta, Dragoni. Mio padre era fotografo di cerimonie ma io non ho mai amato quello che faceva. Ero un ragazzo che sognava la città. A 18 anni mi trasferisco a Napoli per gli studi universitari e mi rendo conto di aver problemi a relazionarmi con una metropoli, essendo cresciuto in un ambiente di campagna.
Mi trovo in crisi e cerco di ricostruire la mia identità attraverso la fotografia: prendo una delle macchine di mio padre e cerco di immortalare quei paesaggi e quei valori della cultura contadina che mi riportavano alle mie origini, cercando di rivisitare tutto ciò che avevo rinnegato. È così che nascono i miei primi progetti».

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Quali lavori in particolare hanno segnato il suo percorso?

«Un lavoro che mi ha segnato molto è Vapori. Si tratta di foto scattate durante il rito dell’uccisione del maiale, rito che io detestavo. Nelle fotografie non si distingue nulla di quello che accade, l’uomo e la bestia si confondono. L’uomo sembra sostituirsi al maiale. In quest’opera c’è un mio primo tentativo di decontestualizzare completamente l’immagine, ponendola fuori dal tempo. Questo è un approccio alla fotografia che ho mantenuto nel corso degli anni».

In cosa consiste il suo processo artistico?

«Applico alla fotografia dei metodi prettamente teatrali, seguendo il metodo del regista Antonio Neiwiller, con cui ho avuto modo di collaborare fino alla sua scomparsa.
Da giovane assisto ad un suo spettacolo e ne rimango molto colpito. È uno spettacolo aperto, libero, che offre allo spettatore la possibilità di cogliere nella rappresentazione una parte di sé. Le azioni, ripetute per un lungo lasso di tempo, tendono a scarnificarsi, puntano all’essenza e si aprono ad interpretazioni.
Sperimento questo metodo fotografando a ripetizione 5 vacche. All’inizio sono ancora vacche, ma pian piano si trasformano in altro. Diventano paesaggi, praterie, forme antropomorfe.
Ho continuato a rifarmi a questo metodo negli anni. Scelgo un soggetto col quale intraprendo un lungo percorso e cerco di arrivare al mistero che esso racchiude. Paradossalmente l’immagine al termine di questo processo laboratoriale si allontana da me, si libera».

Cosa cerca di rappresentare attraverso la sua fotografia?

«La mia ambizione, o utopia, è quella di ricostruire, utilizzando la fotografia, una sorta di storia degli uomini. Ognuno dei miei lavori, che andrebbero visti come un unico progetto, ne costituisce un tassello. Scelgo soggetti carichi di un valore metaforico ed emblematico, che in qualche modo rappresentino concetti fondamentali della cultura umana. Il pane che io fotografo, ad esempio, nasce dai 4 elementi, terra, aria, acqua, fuoco e può simboleggiare il mistero della creazione. Dietro ogni fotografia c’è sicuramente una memoria personale che diviene però universale, ogni fotografia mira ad un dialogo con l’altro».

Quali progetti ha avuto modo di realizzare durante la pandemia?

«Attualmente alcuni miei lavori sono esposti in una mostra a Palazzo Barberini a Roma, dal titolo “L’Italia in-attesa”.
L’esposizione presenta le opere di 12 fotografi, invitati a raccontare attraverso immagini il periodo drammatico che il paese sta attraversando.
Il mio è un lavoro sulle metafore, ho fotografato dei ceppi tagliati nei boschi che sembrano divenire figure antropomorfe che alludono al bosco che rinasce.
L’auspicio è quello di una rinascita per tutti noi ma il ceppo tagliato allude allo stesso tempo a tutti quei morti senza nome che l’Italia registra ogni giorno».

di Mariasole Fusco

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216

APRILE 2021

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