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Gli Stati Uniti contro il coronavirus in una battaglia che vanta oramai tratti epocali. Un milione di contagiati. Un terzo dei casi mondiali è qui. Il presidente si agita, se la prende un po’ con tutti, ma la verità è che non sa che fare. Non riesce a trovare una soluzione, come del resto al mondo non l’ha trovata nessuno.

Non tra l’equilibrio della prudenza sanitaria e della ripartenza economica. Il tycoon è un uomo pragmatico, cui tra una miriade di difetti va riconosciuto un concreto e solido realismo. Che questa volta, però, sembra non trovare sbocchi. Un po’ ostenta ottimismo e rassicura tutti. Un po’ se la prende con il virologo Fauci, elevandolo a capro espiatorio a seconda della convenienza del momento. Un po’ strilla con la stampa, a lui molto “cara” e sempre colpevole di qualcosa. Un po’ scivola e basta. Come in occasione di una conferenza stampa che è già Storia in cui, manco fosse al bar e non nella Press Room della Casa Bianca, si domanda ad alta voce «che cosa succederebbe se si iniettasse del gel disinfettante» per sconfiggere il virus o ancora «se lo si bombardasse coi raggi ultravioletti».

L’unica via oggettivamente possibile passa attraverso la relazione con i singoli Stati. Se New York è in ginocchio, non ha senso chiudere il Texas, tanto per intendersi. E questo Trump lo ha inteso, cominciando a rispondere alle proteste di chi invoca la riapertura, quasi aizzando le folle in direzione della loro liberazione. La base fondante della società americana, la libertà appunto, contro il fondamentalismo sanitario degli scienziati che ambiscono al rischio zero. Una pazzia, non soltanto per Trump che qualcuno vorrebbe bollare come pazzo, ma per mezza America e forse più. Che non a caso riparte, più o meno consapevole delle cautele necessarie.

Al di là dei morti e al di là dei soldi, però, l’orizzonte a stelle e strisce traccia un’altra linea enorme: quella delle elezioni presidenziali. Il 3 novembre si avvicina a grandi passi e gli analisti di tutto il mondo cominciano a porsi delle domande. La prima, la più banale ma pure la più impattante: dov’è finito Joe Biden?

Con l’uscita di scena di Bernie Sanders, il candidato democratico è lui, anche se formalmente in attesa delle consegne ufficiali che arriveranno in estate. Tra cancellazioni e rinvii, i dem slittano da luglio ad agosto, ma proprio le cancellazioni e i rinvii sollevano ulteriori dubbi sulle stesse presidenziali. Si voterà davvero il 3 novembre? La risposta è sì: si troverà il modo. Trump non ha nessun interesse a rinviare né a prendere alcun tempo. La campagna elettorale è la cosa che gli riesce meglio, specie contro un nemico invisibile. Che non è il virus, bensì un Biden ad oggi impalpabile. Che non è difficile immaginare alle corde o persino al tappeto in un eventuale faccia a faccia televisivo.

L’unico ostacolo nella corsa alla riconferma è l’economia. Un’economia che all’inizio dell’anno era caratterizzata da numeri mostruosi, di crescita del Pil e ancor di più di occupazione, praticamente piena. E invece, nel giro di due mesi, dal trionfo al tonfo. Eppure non è follia sognare il “rimbalzo”, aspetto che paradossalmente spiegherebbe le ali di The Donald che potrebbe vantare non soltanto di aver costruito un’economia da record, ma addirittura di averla ricostruita per la seconda volta. Un ritorno che già cavalca sui social, che piace tanto ai suoi, che in qualche modo fa sperare tutti. Per concludere, in uno scenario degno di una scenografia hollywoodiana, c’è anche l’incognita Cuomo. Il governatore dello Stato di New York, infatti, è uno dei paladini della lotta al coronavirus e sono in molti a incoraggiarlo al coup de théâtre della discesa in campo. Certo, sarebbe una sfida 2020 sensazionale. L’empatia solidale di Cuomo contro la franchezza brutale di Trump. Quasi il buono contro il cattivo, sempre per restare a Hollywood. La verità, però, è che il partito democratico ha le sue logiche (di potere, già rese ben visibili dall’esperienza Hillary). E che altrove negli Stati Uniti, in particolare lontano dalla costa occidentale, la popolarità del poco conosciuto Cuomo non reggerebbe affatto. Insomma, le battaglie sono due: quella contro il virus e quella per la Casa Bianca. Ma il protagonista, per quanto in difficoltà e come da quattro anni oramai, sembra essere solo e soltanto uno.

di Luca Marfé
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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