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Dall’inizio della pandemia le università sono state lasciate al loro destino.

Il ministro Manfredi è stato sottoposto da accuse continue da parte degli studenti per non aver mai preso in mano la situazione, ed aver lasciato che scuola ed ambienti universitari fossero messi sullo stesso piano.

Le difficoltà riscontrate dagli studenti nella non organizzazione dei propri atenei, hanno creato un forte allarmismo per i nuovi percorsi di laurea da affrontare.

Si è stimato che con la DAD circa il 20% in meno degli studenti non abbia potuto o addirittura voluto, iniziare un percorso universitario per incertezza continua del futuro. Molti invece, in piena lotta con la crisi data dalla pandemia, per motivi economici hanno dovuto cercare altre strade, abbandonando l’idea dello studio come primo percorso da seguire.

La situazione all’interno delle università campane è molto complessa, spesso ricca di falle organizzative.

Se pensiamo che comunque l’ambiente universitario campano non eccelleva nemmeno prima dell’arrivo del covid, tirare le somme diventa piuttosto facile.

Tra le proteste che echeggiano all’interno degli spazi social universitari dedicati agli studenti, la più comune è l’incapacità di stare ore ed ore dinanzi ad un computer senza poter mai entrare in diretto contatto con il professore.

Altri invece sono costretti a non poter seguire i corsi causa mancanza wi-fi o fibra all’interno del proprio quartiere. Dati alla mano, nei quartieri più poveri di Napoli, circa il 40% degli studenti ha enormi difficoltà a poter prendere parte alle lezioni.  Senza parlare di chi in casa ha circa 3-4 persone che devono seguire contemporaneamente.

Gli studenti di matematica della Federico II, ad esempio, hanno lanciato un forte allarme per quanto riguarda l’indispensabile utilizzo della vecchia e cara lavagna. «Non avete idea che significhi stare 4 5 ore a guardare tramite uno schermo tutti i passaggi di una formula, sembra quasi di impazzire. Quando spegni il computer hai ancora visione di numeri »

Altri dati invece hanno messo in evidenza che due studenti su tre sono tornati nel proprio comune di residenza durante il lockdown, vivendo un disagio organizzativo molto forte. Si stima che anche quando si ritornerà parzialmente in presenza, circa il 50% degli studenti fuori sede preferiranno rimanere nelle proprie città.

Un’inversione di tendenza che il rettore della Federico II di Napoli, non può che accogliere con soddisfazione. «Alcuni giovani che prima cambiavano regione adesso tendono a restare in quella di appartenenza», ha spiegato. E in effetti i dati parziali che arrivano dalle Università del Sud sono particolarmente incoraggianti. A Palermo, per esempio, a settembre hanno immatricolato 3.200 studenti contro i 2.900 dell’anno scorso. Le iscrizioni totali delle università del sud fanno segnare addirittura un più 20 per cento.

La richiesta degli studenti però è quella di tornare al più presto in presenza, stanchi e oppressi da una situazione che ormai dura da più di un anno.

Le università ormai aprono i battenti solo agli studenti dei laboratori di medicina, chimica e farmacia, ritenuti una piccola elite sfuggita agli effetti devastanti della pandemia.

L’augurio più grande quindi è quello di poter vivere la sessione estiva all’interno delle mura universitarie, riassaporando quel quotidiano che così manca a tutti gli studenti.

di Alessandro Robustelli

 

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