Care lettrici e lettori,
(Edward Hopper)
siamo passati da una vita caratterizzata da un ritmo frenetico a una vita racchiusa nelle mura domestiche e in questo spazio recintato dalle pareti di casa sono mutati sia la concezione del tempo che la percezione dello spazio.
Stili di vita, abitudini e costumi collettivi, hanno subito una modifica a causa dell’epidemia da Coronavirus. In questo scenario, pieno di paure e incertezze, il paesaggio lunare delle nostre città, sembra evocare alcune tele di Edward Hopper. Prendendo spunto da ciò e sperando di fare cosa gradita, mi piace condividere la storia di questo grande artista americano.
Edward Hopper (1882-1967)
“Autoritratto”, 1930
Edward Hopper è forse l’artista che meglio ha ritratto la vita americana moderna.
Nacque il 1882 a Njack, a nord di New York . Frequentò la New York School nel periodo 1900-1906 con Robert Henri, pittore statunitense e figura centrale del realismo americano dell’ Ashcan School. Dopo gli studi di pittura intraprese il mestiere di illustratore e pubblicitario, che abbandonò all’età di 42 anni per dedicarsi interamente alla pittura. Il suo stile, che assai originalmente filtra la lezione impressionista ( che Hopper aveva avuto modo di conoscere durante i viaggi a Parigi nel periodo 1906-1910), pervenne alla maturità durante gli anni Venti e da allora rimase pressoché invariato.
A Parigi, dove visse in un’atmosfera tutt’altro che bohémienne, rimase affascinato dall’Impressionismo, da cui scaturì quell’amore per gli effetti luminosi tanto peculiare nel suo stile maturo. Noto specialmente come autore di oli, Hopper produsse alcuni dei suoi capolavori del periodo giovanile utilizzando la tecnica dell’acquerello e dell’incisione.
Pur vivendo il periodo più fulgido della stagione dell’Astrattismo, Hopper fu al contrario fedele continuatore e nuovo interprete della tradizione realistica americana. Affittò, nel 1913, uno studio a new York in Washington Square e sempre nello stesso anno vendette il suo primo quadro durante la mostra all’Armony Show di New York. Nel 1924 sposo’ Jo Verstille Nivison, anch’ella artista.
Nonostante l’esordio tardo, i riconoscimenti e i consensi non si fecero attendere, ma Hopper, schivo e introverso, non si lasciò contagiare dal successo e trascorse la lunga esistenza dedicandosi esclusivamente alla pittura, accanto alla moglie. Espone al nuovo Whitney Museum nel 1932. Hopper morì il 15 maggio 1967 nel suo studio di Washington Square .
Presentazione di alcune opere di Edward Hopper.
Hopper ama concentrarsi sugli aspetti e sui luoghi più peculiari della vita contemporanea: bar, stazioni di servizio, malinconici interni di appartamenti modesti e paesaggi attraversati dai binari della ferrovia. Immagini di strade e autostrade deserte ricorrono di frequente nei suoi dipinti.
Nei suoi quadri l’artista esprime il tema centrale della solitudine e dell’attesa nella vita americana contemporanea. Dalle sue composizioni spira un’aria di attesa come se qualcuno dovesse arrivare, qualcosa dovesse accadere. Si scorge nella sua pittura quell’amore per la forma pura e per la sintesi spaziale. La sua pittura scaturisce immediata e diretta; non vi è spazio per Hopper per gli orpelli, né per il virtuosismo fine a se’ stesso; non vi e’ in essi nessun intento di messaggio sociale o volontà moralistica.
Silenzio e solitudine.
“Una domenica mattina, presto” 1930, olio su tela, cm 89x 152,5 cm, New York, Whitney Museum of American Art
Hopper riesce a trasmettere l’immensa desolazione di una grande città nello scorcio di un angolo di strade
“Portrait of Orleans” 1950, olio su tela, cm 66×101,6 cm, Fine Arts Museum, San Francisco
“Manhattan Bridge Loop“ 1928, Addison Gallery of American , Massachusetts
“Morning sun”, 1952, olio su tela, Columbus Museum of Art,
La ragazza effigiata sembra essere muta, circondata da un estremo silenzio.
“Squam Light”, 1912, collezione privata
“Gas”,1940, olio su tela, cm66,7×102,2 cm, MoMA di New York
“Dawn in Pennsylvania”, 1942, olio su tela, cm 61,9×112,4 cm, Terra Foundation for American Art, Daniel J. Terra Collection
“Il mio scopo in pittura è sempre quello di usare la natura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più: quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose”.
(Edward Hopper)
di Mattia Fiore



















