Ho sempre pensato che la mentalità di molte donne fosse la peggior nemica delle donne. 
Quando poi questa mentalità è radicata in chi esercita la giustizia, applicandola alle proprie sentenze, il danno che ne deriva è macroscopico non solo dal punto di vista individuale, ma sociale. 

La vicenda giudiziaria

E’ accaduto ad Ancona il 23 novembre 2017, con un verdetto della Corte di Appello composta da 3 donne che ha rovesciato la sentenza di condanna in primo grado del 6 luglio 2016 su una accusa di stupro. La violenza sarebbe avvenuta il 9 marzo 2013, i due imputati sono Choque Garcia Jorge Luis e Melendenz Pinto John Henrri, due peruviani 24enni che a Senigallia frequentavano il medesimo corso serale alberghiero della vittima, una 22enne di origini peruviane.

Secondo l’accusa quella sera i giovani, prima della violenza, avrebbero intorpidito la ragazza con delle gocce di benzodiazepine, noto ansiolitico e sedativo aggiunto alla birra e successivamente riscontrato nel sangue della vittima. Secondo i medici che hanno visitato la ragazza qualche giorno dopo, sul suo corpo c’erano lesioni compatibili con la violenza sessuale, tanto da richiedere un intervento chirurgico.

L’assoluzione dei carnefici

Il processo di primo grado si è concluso con una condanna a 5 anni per il ragazzo che ha avuto i rapporti intimi e a 3 anni per l’amico che ha fatto da palo. Tale sentenza è stata poi totalmente ribaltata, su un’osservazione che esula dal supporto probatorio e che pone al centro dell’indagine la vittima, non i suoi presunti carnefici.

Nel verdetto della Corte di Appello i due giovani sono stati assolti perché la ricostruzione della parte offesa non risulta credibile. Non solo, i 3 giudici, che dovrebbero garantire la loro posizione di valutazione neutrale, si pongono come ‘giudicanti’, ponendo in rilievo l’aspetto mascolino della ragazza, dunque l’insufficiente induzione allo stupro, e non escludendo che fosse stata proprio lei a provocarli.

Nelle conclusioni si legge: “in definitiva non è possibile escludere che sia stata proprio lei a organizzare la nottata, trovando una scusa con la madre e ancora, riferendosi ad uno dei due sotto accusa “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul telefonino con il nominativo di ‘Nina Vikingo’ con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”. Hanno definito la ragazza “scaltra peruviana”, accettando il respingimento delle accuse da parte dei due imputati, che hanno sempre dichiarato che i rapporti fossero consensuali. 

Il procuratore generale della Corte d’Appello di Ancona, Sergio Sottani, ha subito espresso lampanti perplessità, dichiarando: Ritenere che la mancata attrazione sessuale del presunto stupratore nei confronti della vittima possa rappresentare un elemento a sostegno della mancanza di responsabilità, credo debba essere evitato perché si rischia di appesantire lo stress cui la vittima è già sottoposta. Nei casi di sentenze per violenza sessuale, bisogna fare attenzione a certi termini.

Il ruolo dell’aspetto fisico nella sentenza di stupro

Un principio inalienabile a salvaguardia delle vittime di violenza sessuale, poste sempre più frequentemente senza rispetto e considerazione al centro di cicloni mediatici che divorano le loro storie e le loro privacy, spesso sofferte e terribili, con una voracità cannibalesca. Come nel caso dell’ascensore della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano, di un referto medico compatibile con la violenza sessuale, di un provvedimento di scarcerazione per 3 ‘poveri’ maschi, di un quadro clinico sofferto e complicato, dato in pasto al pubblico senza decenza e competenza, di una vita stracciata chissà quante volte. 

Fortunatamente nel caso della ragazza peruviana la Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Corte di Appello di Ancona, sostenendo che i giudici di merito si sarebbero fondati su una ‘incondizionata accettazione’ della narrazione dei fatti da parte della difesa degli imputati, senza alcun ‘raffronto critico’ con il primo verdetto. L’assoluzione è stata annullata e l’intera vicenda sarà riesaminata nell’appello bis dai magistrati di Perugia. 
 
di Barbara Giardiello 

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