Titti Marrone: giornalista presente e futuro

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Intervista a Titti Marrone

In che tempo siamo, e dove? Cosa succede oggi, e perché? Cosa è vero, cosa invece non lo è? Domande tutt’altro che semplici, a dare spiegazione è Titti Marrone, giornalista e scrittrice napoletana, docente universitaria di “Storia del giornalismo” presso l’Università Suor Orsola Benincasa. La sua esperienza permette di analizzare il complicato presente e prevedere il delicato futuro di chi, raccontando, prova a rispondere ai quesiti di una realtà sempre complessa.

Il 2020 è l’anno del Covid-19, come giudica la comunicazione istituzionale e la gestione mediatica della pandemia?

«Non una bella performance, c’è poco da essere fieri.
La comunicazione su una vicenda dirompente e di portata globale è stata condotta in modo contraddittorio e narcisista. Da parte dei virologi abbiamo assistito ad una guerra, la contrapposizione non ha giovato.
È emerso un circo mediatico, il protagonismo che impazzava nei talk show si è anteposto alla chiarezza del messaggio. Quanto ai giornalisti: approssimazione totale.
Ricerca del sensazionalismo, toni retorici, slogan e un certo cinismo nell’uso delle immagini.
È mancata una comunicazione rispettosa, completa. Le istituzioni, invece, bene in un primo momento, con Conte bravo a evitare il panico e il rischio di essere evasivo.
Abbiamo assistito poi a recuperi mediatici clamorosi come quello di De Luca, diventato icona internazionale.
Tuttavia un’esposizione mediatica così forte logora, si finisce per autorappresentarsi e si dà di matto».

La polemica sui DPCM che vietano gli spostamenti tra comuni mantenendo comunque i porti aperti agli sbarchi, qual è il suo commento?

«Italiani chiusi, porti aperti. È uno slogan che suona bene. Salvini e Meloni colgono l’occasione per rilanciare l’ideologia sovranista evidenziando la collisione che si ha tra limitare gli spostamenti e permettere gli sbarchi.
Salvini fa “il Salvini”, soffia sul fuoco di un malcontento assumendo i migranti come capro espiatorio. Parla di diritti e libertà, quando ignorò le condizioni di persone in fuga da guerre, forse in quel caso erano diversi? (n.d.r. caso Gregoretti). Il “prima gli italiani” in questo caso diventa: noi non ci possiamo muovere e gli immigrati ci portano il Covid. Non è così ed è stato dimostrato.
I messaggi facili arrivano direttamente, è una operazione vile di semplificazione per raccontare una realtà che è invece è sempre complessa».

Trentacinque anni al Mattino, ha scritto di eventi che hanno segnato la storia di Napoli. La scomparsa di Maradona ha scosso l’anima della città, lei viveva la redazione ai tempi di Diego, ci racconta un aneddoto?

«Un tuffo al cuore.
Diego era simbolo di appartenenza, ci ha fatto sentire parte di una comunità che una volta tanto era vincente. Il mio ricordo più bello è il primo scudetto, il direttore de “Il Mattino” Pasquale Nonno, mi chiese di prendere la vespa e di girare la città per vedere quello che stava accadendo.
Fui dunque parte della notizia, vidi dipingere il famoso murales ai Quartieri Spagnoli e quando scoppiò la festa ero in compagnia di Renzo Arbore, Mara Venier e Nanny Loy, saltammo insieme mentre prendevamo un caffè.
Loy stava girando un documentario e mi chiese di seguirlo con la troupe per i vicoli, fu incredibile. Al giornale pubblicammo il titolo “VINCE NAPOLI” con lo scudetto enorme in prima pagina e c’era un solo articolo, il mio.
I redattori sportivi non furono contenti (n.d.r. ride)».

In epoca social e di fake news, qual è il compito di un giornalista e il suo futuro?

«Il futuro è la rete, la carta stampata è purtroppo in fase di declino. Il compito del giornalista sarà l’approfondimento e la rigorosa verifica delle fonti.
Le “fake news” si smascherano quando dilagando superano una certa soglia, implodono, basta osservare la parabola di Trump che ha prosperato sulle notizie false. Il giornalismo serio è meno gridato sui social e più ancorato al dato oggettivo. La verità non è attingibile ma questa professione ha a che fare con la democrazia, coi diritti e le libertà, ha una funzione socialmente utile di grande responsabilità. Quando si racconta, bisogna evitare la spettacolarizzazione e l’invenzione, se si seguiranno questi principi, sarà un bene per tutti».

di Pasquale Di Sauro

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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