Giovani e jihad, quei ragazzini assoldati dall’ISIS

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Erano poco più che maggiorenni gli attentatori jihad che hanno colpito la città di Barcellona lo scorso 17 agosto. É questo ciò che mi ha colpito maggiormente della giornata in cui hanno perso la vita 16 innocenti. Una cellula jihadista di ventenni, di ragazzini con la faccia da bambini, che vivevano da sempre in Spagna. Originari del Marocco, tranne uno, Moussa Oukabir nato in Spagna a Ripoll, 17 anni, ucciso dalla polizia a Cambrils. Younes Abouyaaqoub, 22 anni, ha guidato il furgone sulle Ramblas; nel gruppo anche suo fratello El Houssaine,19 anni. Ancora, i fratelli Hichamy, Omar e Mohamed, di 21 e 24 anni. Così come i fratelli Abouyaaqoub, anche loro sono stati uccisi durante gli attacchi a Barcellona. Ragazzini anche gli altri membri del gruppo: Mohamed Houli Chemlal, 21 anni e i fratelli Said, Youssef e Mohammed Aalla, 19, 22 e 27 anni.

Di fatto, cittadini europei, ragazzi come i nostri figli; europei di seconda generazione, ragazzi cresciuti in un paese ospitale e aperto come la Spagna. E allora ci dobbiamo chiedere come è stato possibile che dei ragazzini abbiano potuto diventare “soldati” dell’ISIS. Come è stato possibile che dei ragazzini abbiano potuto immaginare di far saltare in area la Sagrada Familia e solo in secondo momento abbiano optato per un attacco “minore” scegliendo le Ramblas?

Dopo ogni attentato sento ribadire che non dobbiamo cambiare i nostri stili di vita, che la paura e il terrore non devono vincere. Certo, non possiamo cambiare il nostro modo di vivere la quotidianità o avere paura di viaggiare, di riunirci nelle piazze o vivere momenti di aggregazione collettiva. Dovremmo però iniziare a capire che a cambiare dovrebbero essere altre cose. A mutare dovrebbero essere le nostre politiche sociali, le politiche sul lavoro, le politiche rivolte ai giovani, le spese militari, le politiche sulle vendite degli armamenti che troppo spesso finiscono in mani non sicure. Dovremmo iniziare a ragionare su politiche dell’accoglienza reali in modo che non si ripetano più giornate come quella di Piazza Indipendenza a Roma ma soprattutto che non si vengano più a creare quei ghetti dove è facile cedere alla delinquenza, dove è forse ancora più facile cedere alle promosse di un falso Imam che posso definire solo come un delinquente. L’autoproclamato Imam Abdelbaki Essatty è considerato la mente dell’attentato a Barcellona; avrebbe indottrinato quel gruppo di ragazzini. Originario del Marcocco, viveva in Spagna da 17 anni. Essatty era stato già in carcere a Castellon per motivi di droga, dove tenne stretti rapporti con uno degli attentatori del marzo 2004 quando venne colpita Madrid in un attentato che provocò 192 vittime. Un uomo legato a diversi gruppi terroristi, come Ansar Al Islam, a cui è stato permesso di indottrinare un gruppo di ragazzini. Mi domando come, mi domando il perché. Mi domando come è stato possibile che dei ragazzini abbiano avuto come “mentore” un falso Imam, un criminale.

Quando penso all’attentato di Barcellona mi vengono quindi in mente per lo più domande, interrogativi. So con certezza però che quei ragazzini, così come i ragazzini che vivono nei quartieri di Napoli, hanno il diritto di vivere in un mondo diverso da questo.

di Paolo Miggiano

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