Teatro Civico 14. Il libraio straniero e l’amore che a nessun amato perdona l’amare

Nicola Iannotta 12/04/2022
Updated 2022/04/12 at 1:17 PM
14 Minuti per la lettura

«Amor, ch’a nullo amato amar perdona». Riecheggiano da tempi lontani, quasi fossero un ammonimento, gli eterni versi pronunciati da una voce poetica che sempre parlò d’Amore.

Si sa, «L’amor è un desio che vien da core», una forza travolgente che ci «ditta dentro» parole, pensieri e azioni che ci sentiamo mossi a compiere. L’amore sì, prima ci seduce e poi ci travolge. Spesso ci spaventa per le sue conseguenze sovvertitrici e spietatamente dolorose, ne abbiamo terrore. Altre volte ci grazia e ci carezza con le sue gioie e i suoi piaceri.

Dante che aveva frequentato e conosciuto il suo signore d’Amore ci metteva in guardia dalle passioni eccessivamente travolgenti, non governate da quello che a suo dire era il necessario freno della ragione. Ma a Dante avremmo risposto con le parole di Blaise Pascal: ma che possiamo farci? Infine, «L’amore ha delle ragioni che la ragione non conosce».

E alla fine, al di là di tutte le avvertenze e di tutti gli ammonimenti necessari, cosa dobbiamo farci? Continuiamo a vivere. Continuiamo ad innamorarci e a scontare le conseguenze del nostro innamoramento. Continuiamo anche a soffrire per non aver amato abbastanza, per aver amato troppo o forse niente. Continuiamo a parlare d’amore e continuiamo a voler sentir parlare d’amore. Continuiamo a sviscerarlo questo tema mai del tutto esaurito. Continuiamo a immaginare, creare e raccontare storie che ci parlino d’amore.

Il libraio straniero” è il dramma andato in scena al Teatro Civico 14 di Caserta nei due giorni di sabato 9 e domenica 10 aprile. L’opera è una riscrittura, realizzata da Luigi Imperato, del testo di Georges Simenon dal titolo “Il piccolo libraio di Archangelsk”.

il libraio straniero
Ph: Marco Ghidelli

La storia de “Il libraio straniero” è la storia di un amore consumato per progressivo logoramento, paradossalmente a causa del fatto di non esser stato realmente vissuto. Un magistrale Roberto Solofria dà vita a Jonas. Jonas è un uomo ricco, solo, avviatosi nell’età della canizie. È ebreo, e si è trasferito a Napoli ormai da tempo. Jonas vive così come ha sempre fatto: vive nella fantasia letteraria dei suoi libri, nel piccolo spazio sicuro che ha creato intorno a se stesso. Colleziona francobolli e si relaziona poco.

Nonostante questa volontaria emarginazione dalla vita sociale, il suo destino viene ad incrociarsi con quello di una donna avvenente, disinibita e inquieta: Gina (rappresentata dalla giovane e bravissima Daniela Quaranta).

Gina è giovane, bella, ma povera. Gina sa di essere bella e sa che gli uomini desiderano lambirla quella bellezza. Lei sa giocare e sa soddisfare i suoi uomini. Ha sempre dovuto farlo, per piacere ma anche per necessità. Ma Jonas non è come gli altri; lui, uomo solo e solitario, non vuole approfittare della ragazza. Vorrebbe proteggerla, darle una tranquillità e una sicurezza che potrebbero significare anche per lui una tranquillità e una sicurezza domestica. Per questo, le propone un accordo: sposarsi così da vivere insieme tranquilli. L’amore non è contemplato, non ha importanza.

Ma l’amore è inaspettato, capriccioso e crudele. Si insinua lì dove non dovrebbe insinuarsi. Così finisce che Jonas s’innamora di Gina. Ogni giorno sempre di più. Jonas s’innamora nel suo abituale silenzio, mentre Gina continua a vivere la sua vita disinibita e sregolata, anche lei cercando di nascondersi nel silenzio.

«L’amore può essere un peso soprattutto se non corrisposto?» È questa la domanda centrale che dà vita alla rappresentazione. Un bel giorno Gina scompare, Jonas sa che si tratta di una sua solita fuga, ma la gente parla, parla, e il vociare diventa sempre più invadente e investigatore. Jonas deve proteggere la creatura che ama dalle cattive dicerie, così s’inventa bugie su bugie che finiscono per irretirlo. E se la scomparsa di Gina fosse connessa ad un gesto incontrollato del libraio straniero?

Della messa in scena del testo abbiamo parlato con il drammaturgo Luigi Imperato e il regista Rosario Lerro.

Quello tra Jonas e Gina è la storia di un amore complicato, per certi versi diverso perché mai realmente realizzato.

Rosario: «Noi siamo partiti dal testo di Simenon ragionando su questo equilibrio labilissimo nella relazione tra loro due. Non c’è mai un elemento fuori posto, ogni momento è inserito in uno schema strutturato. Loro due si ripromettono fin dall’inizio di non dirsi mai nulla e quindi in realtà non se lo raccontano mai questo amore; non lo vivono mai. Però questa precarietà alla fine scoppia in una esasperazione, anche quella non eccessiva, anche quella sempre molto contenuta, vissuta più all’interno che all’esterno. Di questa tragedia Jonas si sente colpevole perché lui è colpevole di non aver vissuto questo amore, colpevole di non averlo fatto vivere a lei. Colpevole di aver fatto passare la loro vita in un continuo passaggio di giorni sempre uguali in cui lui le perdonava tutto. Così alla fine decide di non fare rumore, di assumersi le proprie responsabilità sempre seguendo il suo garbato e silenzioso modo di fare e decide di togliersi la vita».

Jonas nelle sue intenzioni vuole difendere Gina. Vuole essere buono con lei…

Luigi: «Sì, il silenzio di Jonas nel loro rapporto non è un silenzio d’intesa. È un silenzio che opprime e che diventa un qualcosa che porta alla disperazione e volendo anche alla follia. Una follia quieta, che non esplode mai veramente, che però si rivolta contro tutti e due. Contro di lui che viene anche allontanato dalla comunità perché creduto colpevole di un qualcosa che non avviene, perché Gina non è stata uccisa, la sua scomparsa è semplicemente legata ai suoi consueti allontanamenti dalla casa familiare. Si viene però a creare una situazione in cui lui non riesce a gestire questo non parlare; inizia ad inventare bugie, inizia a complicarsi, le persone non gli credono e si mette in questa situazione non bella. Però ad indurlo alla disperazione non è tanto questo contorno quanto la consapevolezza dell’impossibilità di uscire da questo stato relazionale con sua moglie. Appunto questo silenzio che blocca, è bloccante, e non fa crescere».

il libraio straniero
Ph: Marco Ghidelli

È un dramma familiare o un dramma personale?

Rosario: «Questa è una delle cose che ci siamo domandati all’inizio del lavoro. Lo definirei un dramma personale, però per riuscire a concretizzarlo realmente abbiamo costruito il personaggio femminile di Gina che in realtà nel testo originale è appena accennato. Abbiamo quindi costruito questo personaggio, immaginando scene e dialoghi nuovi, momenti più intimi della loro vita per approfondire la tragedia della relazione».

Luigi: «Sì, il focus è molto centrato sul personaggio di Jonas, tuttavia nel nostro adattamento c’è l’altro dramma personale, che è quello di Gina. È vero che Gina è una forza della natura, è vero che è una donna che impone il suo desiderio, che lo mette al centro delle sue questioni, però è anche vero che è una donna, la quale nella nostra visione lo fa con una certa complessità. Lo fa anche per abitudine, quindi anche lei in qualche modo si crea un guscio protettivo che è completamente l’opposto di quello di Jonas ma è un guscio: tant’è vero che nella lettera finale anche lei ha un cedimento, e il suo guscio si sgretola.

Gina dice più volte di provare un dolore alla pancia…

Luigi: «Esatto. Probabilmente provare un’emozione è una delle cose che le fa più paura. Ha timore che ci sia qualcuno che per la prima volta si pone davanti a lei con qualcosa che assomiglia a un sentimento e non a vederla come un oggetto. Sostanzialmente e questa è una cosa che la spiazza, che la manda in tilt, che la sorprende, che non sa gestire perché non sa averci a che fare.

Sul lavoro svolto dagli attori per portare in scena la storia de “Il libraio straniero” abbiamo dialogato con Roberto Solofria e Daniela Quaranta.

Roberto: «Il mio personaggio, Jonas, prova una sofferenza interiore enorme. Lui si innamora di lei e il fatto di ammettere a se stesso il tradimento – lo dico ad un certo punto nelle battute, “non è facile, ammettere che tua moglie ogni giorno va via con qualcun altro “– lo ferisce. Inoltre, lui pensa che così facendo può proteggere lei che per un certo verso si vergognava dei suoi comportamenti. Questo pensiero lui fa realmente, cioè veramente pensa che lei si comporti così perché non riesce a farne a meno, come se fosse una malattia, il dover evadere, il dover andar via

Come lavoro attoriale abbiamo cercato di mantenere una nostra autonomia come personaggi e non abbiamo lavorato molto sulla coppia. Se avessi fatto un lavoro di rapporto probabilmente avrei dovuto entrare di più nel suo personaggio, ma era una cosa che volevo evitare. Volevo in qualche modo non sapere quale sarebbero state le reazioni dall’altra parte. È un po’ come quando impari tutto a memoria, poi vai in scena e racconti tutto quello che hai imparato, sai già cosa verrà dopo. Questa è una cosa che io preferisco perdere quando vado in scena, il più possibile ovviamente: vorrei non sapere quello che viene dopo. In questa cosa mi ha aiutato molto la caratterizzazione del personaggio il suo balbettare, perché mi permetteva di soffermarmi ancora alla parola che stavo dicendo in  quel momento, senza pensare già che fra quattro battute avrei dovuto dire altro».

Parliamo del personaggio femminile, Gina…

Daniela: «È un personaggio a cui io mi sono molto affezionata, nel senso che penso che al di là degli estremi che Gina raggiunge rappresenti in un certo senso una parte del mondo femminile. Un mondo che ancora subisce tanto il giudizio e che ancora pensa di doversi in qualche modo sottomettere per nascondersi. Anche lei soffre tantissimo ma io parlerei non di una malattia, ma quasi di una prigione. È imprigionata in queste dinamiche, è come se si sentisse destinata a quel tipo di vita. Non l’ha scelta, ma in realtà le è destinata da quando è piccola, dalle prime esperienze che ha vissuto. Ad un certo punto racconta che persino il padre di una mia amica aveva abusato di lei. Quello su cui ho lavorato è stato provare a pensare cosa questa giovane donna ha subito sin dall’infanzia e quali sensazioni l’hanno accompagnata nella sua crescita. Questo mi ha dato la possibilità di lavorare sul suo dolore sulla sua sofferenza e rispetto al rapporto con Jonas proprio questa sua visione del mondo le impedisce di scorgere la possibilità di un’unione, perché lei pensa che non sia la sua realtà».

Nell’ultima scena, dopo che hai letto l’ultima lettera lasciata per te da Jonas con cura raccogli i suoi occhiali e li risistemi sul mobiletto della stanza.

Daniela: «L’ultima scena la definisco devastante. È una bella botta, sia per me Daniela, sia per il mio personaggio. Quello è forse l’unico momento in cui lei si rende conto di aver perso qualcosa, qualcosa di importante. Ma, come succede nella vita, quando perdiamo qualcosa di importante capiamo solo successivamente che era importante. Questo è quello che ho cercato di esprimere ma in realtà non ho neanche dovuto fare molto perché già la scena di per sé fortemente espressiva e costruita con grande abilità».

il libraio straniero
Ph: Marco Ghidelli

 

 

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