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Le storie di questa domenica sono storie di defunti: uno conosciuto e l’altro, ai più, no.

Il primo, lo sconosciuto, è Mike Hoare, il mercenario più famoso del secolo scorso. Conosciuto come “Mad Mike”, prese parte a operazioni militari e a colpi di stato in mezzo mondo, arrivando a diventare un personaggio da rotocalco e a ispirare film di Hollywood prima di concludere la carriera militare con un gigantesco fiasco alle Seychelles, nel 1981. Nato a Calcutta, da genitori irlandesi, fece l’università in Inghilterra e diventò contabile, arruolandosi allo scoppiare della Seconda guerra mondiale come volontario nel reggimento dei London Irish Rifles dell’esercito britannico.

Come ha raccontato il Telegraph, il momento di svolta arrivò nel 1961, quando conobbe Moise Ciombe, da poco presidente dell’autoproclamato stato di Katanga, una provincia del Congo che era stata indipendente per qualche anno all’inizio degli anni Sessanta. Ciombe gli affidò l’incarico di reprimere la rivolta dei Simba, un esercito popolare di liberazione di ispirazione maoista. Insieme alla Cia e alle forze paramilitari, Hoare e i suoi uomini misero fine alla ribellione. Il commando di Hoare divenne così famoso a livello internazionale con il nome di “wild geese”, oche selvagge, dal nome di un gruppo di soldati di ventura irlandesi del Settecento. Il fervente anticomunismo lo rese presto un personaggio leggendario per la destra europea. Contemporaneamente fu odiatissimo dai movimenti pacifisti e di sinistra, e alla radio della Germania Est era comunemente chiamato «segugio pazzo», da cui si originò il suo soprannome “Mad Mike”.

Raggiunse l’apice della notorietà nel 1978, quando dalla sua storia fu tratto il film I 4 dell’oca selvaggia, (che passa spessissimo nelle TV di Mediaset) in cui fu interpretato da Richard Burton.

Nel film c’erano anche Roger Moore e Richard Harris, e Hoare partecipò come consulente, addestrando militarmente gli attori. Eppure nel giro di pochi anni si trasformò in uno zimbello. Si era ormai ritirato dalla vita militare, ma da amante delle isole Seychelles era profondamente infastidito dal governo dell’arcipelago, in mano al socialista Albert René. Tentò quindi uno sgangherato colpo di stato, con 46 mercenari, che finì ancora prima di iniziare, con una sparatoria all’aeroporto di Mahé e una fuga in aereo in Sud Africa.  Tre mercenari rimasero indietro e furono condannati per tradimento alle Seychelles, mentre gli altri furono processati e condannati in Sud Africa. Hoare ricevette una condanna di 20 anni di carcere e fu liberato con la condizionale dopo meno di tre anni per via dell’età.

Il fallito colpo di stato alle Seychelles fu ampiamente ridicolizzato sulla stampa internazionale, dove fu ribattezzato «il golpe pacchetto-vacanze». Il personaggio noto, morto   qualche giorno fa Santo Domingo dopo una lunga malattia, è Luciano Gaucci.

Figlio di piccoli proprietari terrieri, primi soldi con il business dei cavalli, reinvestiti in un’impresa di pulizie battezzata La Milanese («dà un’idea di efficienza») ma con sede a Roma: un appalto dopo l’altro, l’azienda arriva a tremila dipendenti e produce abbastanza utili per consentire a Gaucci di tentare la scalata al mondo del calcio.Già socio della Roma di Dino Viola, grazie all’appoggio della Banca di Roma (poi Capitalia e infine Unicredit) comprò il Perugia, il Catania e altre squadre e “squadrette” segnalandosi per “l’allenatore femmina” (Carolina Morace, poi cacciata -ovvio no?- come un uomo qualsiasi), il fantasista giapponese (Nakata, bravo calciatore), lo stopper iraniano (Rezaei), il figlio di Gheddafi, persino la promessa di ingaggiare una donna come numero nove del Perugia, una “centravanta” che i regolamenti non avrebbero ammesso, al contrario della vena provocatoria di Gaucci, sempre eccessivo, sovente ridicolo, a volte profetico. Prima di darsi alla macchia, ne ha combinate di tutti i colori. Ha vinto un Arc de Triomphe con Toni Bin (i cavalli e il ciclismo le sue grandi passioni, a parte il sushi di allenatore). Si è messo con una compagna di scuola del figlio, la biondissima Elisabetta Tulliani, la Betti (poi compagna di Gianfranco Fini). Ha sostenuto la campagna elettorale di George W. Bush appendendo surreali striscioni negli stadi di Perugia e Viterbo (“George Bush for president”) e ottenendo in cambio una lettera del collega (“Dear Luciano, il mio cuore è pieno di gioia”) più un invito a cena alla Casa Bianca, lui, Elisabetta Tulliani e Anthony Scalia, capo della Corte Suprema, il quale non poteva immaginare di dividere la tavola con un famoso, futuro bancarottiere. Nel 2003 Luciano Gaucci è stato protagonista della più lunga serie di ricorsi che la storia del pallone ricordi. Alla fine ottenne che il pilatesco governo del calcio “intruppasse una serie A con venti squadre e una B con ventidue solo per fare posto a lui e al suo Catania”[Maurizio Crosetti, Repubblica]. Nel febbraio del 2006 i figli Alessandro e Riccardo furono arrestati con altre cinque persone per il fallimento del Perugia. Gaucci senior, già a Santo Domingo, evitò l’arresto.

Nel 2007 i tre Gaucci e altre sette persone sono stati rinviati a giudizio per reati tributari, truffa, bancarotta fraudolenta, favoreggiamento, riciclaggio e diffamazione a mezzo stampa (il crac è stimato in oltre cento milioni di euro). Latitante a Santo Domingo (dove si fidanzò con una donna più giovane di 42 anni e aprì un’azienda) dopo che nei suoi confronti era stato chiesto l’arresto per bancarotta fraudolenta, nel novembre 2008 ottenne dal gup del Tribunale di Perugia, la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare. Nel marzo successivo rientrò in Italia. Ha patteggiato tre anni di reclusione (coperti da indulto), i figli un anno e otto mesi ciascuno. In collegamento telefonico da Santo Domingo, a Chiambretti Night, disse: «Con Calciopoli hanno dato solo una spolveratina ma c’era tanta immondizia che non è stata spostata. Hanno colpito solo gente come me, i grandi sono ancora al loro posto». I suoi rapporti con la Libia non si limitarono alla presenza di Gheddafi junior nel Perugia: attraverso la libica Ubae si fece finanziare una società, concedendo ai libici un pegno sul 100% del capitale societario, e l’acquisto di un appartamento a Roma. Appassionato di Mercedes, secondo il suo ex collaboratore Ermanno Pieroni, «perché avevano i tasconi laterali enormi e lì poteva sistemare pacchi di banconote con cui poi si ingraziava burocrati, ministeriali, uomini di sport». Finita la relazione con la Tulliani, ha avviato un contenzioso legale per alcune proprietà immobiliari (cinque appartamenti a Roma, fra cui tre a Via Veneto), gioielli, quadri (fra cui un De Chirico e un Guttuso) e una vincita dell’Enalotto da 2 miliardi e 204 milioni di lire, tutti beni che Gaucci sosteneva di aver affidato ai Tulliani perché non finisse nelle mani del Fisco e dei creditori. Nell’aprile 2013 il Tribunale civile di Roma ha dato torto a Gaucci, stabilendo che non ci sono prove, non avendo Gaucci «depositato alcun documento» che attesti l’assegnazione dei beni per evitare guai giudiziari. Dal 23 febbraio 2009 era sposato con Yayaira, ex croupier, tanto per restare nel tema.

di Nicola Dario

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