Si ritorna a parlare di omofobia, ogni anno più di 100 persone subiscono abusi e ingiurie a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere in Italia. Ne è stato testimone il giovane giornalista Renato Aiello che ha deciso di raccontare la sua esperienza fatta di offese e insulti omofobi.

Quale è stata la tua esperienza?

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Renato Aiello

«Il mio caso risale a 3 anni e mezzo fa e potrei definirlo “borderline” perché dovuto a un semplice equivoco sulla natura di un’amicizia. Mi ritrovai a lavorare nel videomaking e nell’editing insieme a un amico con cui condivisi fin da subito un forte legame affettivo, quasi fraterno. Tale era e tale sarebbe rimasto, senza possibilità di sviluppo.

Al primo screzio verificatosi tra noi però vennero a galla tutti i pregiudizi e i preconcetti che sia lui, sia la sorella maggiore e la famiglia nutrivano nei confronti dei gay. Fraintendendo l’affetto che ci legava e addirittura spiando messaggi e vocali Whatsapp, per i quali ci vorrebbe uno sforzo intellettuale notevole a definirli “omosessuali”, i parenti decisero gradualmente di farci allontanare.

Quando la rottura fu inevitabile e definitiva, alcuni loro amici – che mi ero ritrovato a frequentare per mesi in uscite di gruppo – iniziarono ad aggredirmi con messaggi denigratori in chat su Messenger, nomignoli ingiuriosi via sms e battute omofobe di una volgarità tipica dei leoni da tastiera. Il lavoro sporco affidato alla comitiva, praticamente.

Per due anni decisi di buttarmi questa pessima esperienza alle spalle, parlandone quasi mai. Ma il clima che si respira oggi in Italia e i casi di cronaca mi hanno convinto a raccontarla».

La tua famiglia ti ha supportato in un momento così difficile?

«Se su mia madre ho sempre potuto contare in casi e situazioni difficili, devo però riconoscere che in quell’occasione fosse più preoccupata della mia reputazione che del fatto in sé. Non mi chiese nemmeno se c’era stato qualcosa tra me e il mio amico.

Senza fornirgli troppi dettagli sulla vicenda, invece, mio padre ci andò giù duro, facendo leva sulla più offensiva e retorica delle domande: “Non è che forse sarebbe il momento di pensare a cosa c’è di sbagliato in te?”. Per quanto sia evoluto e moderno, lo ricordo sempre sprezzante e tagliente nel deridere il marito di un’amica: “troppo effeminato per essere uomo”.

Un uomo che però si è rivelato un bravo compagno e un buon padre, cosa che non è mai riuscita invece a lui, per sua stessa ammissione una volta».

Qual è il tuo orientamento, se ti va di rispondere a questa domanda.

«Sebbene quella raccontata fosse stata una semplice e pura amicizia, e ribadisco quasi fraterna, penso che sia anche giusto fare chiarezza su sé stessi. Non amo per abitudine etichette, classificazioni, definizioni nette e categoriche, perciò se dovessi definirmi, risponderei che sono “gender fluid”. Preferisco guardare alla sessualità come uno spettro, in maniera fluida appunto».

Quali conseguenze ha portato questa vicenda nella tua vita?

«Sicuramente una maggiore diffidenza nei confronti degli altri. Soprattutto dei cattolici fondamentalisti, di cui ignoravo l’esistenza e che non trovo poi così diversi dagli integralisti americani della Bible Belt, i quali interpretano le Scritture alla lettera, come nel recente film “Boy Erased”, tratto da un bel memoir novel di Garrard Conley.

Il mio amico era ed è molto religioso e oltre alle solite affermazioni “omosessuali contro natura” e “satana va cacciato da casa”, proferite da lui e dalla sorella in più occasioni, mi accorsi che il loro parroco e guida spirituale sui social condivideva all’epoca post dell’ex Msi e di Casapound sulla famiglia tradizionale oltre ad articoli aberranti sulla cura medica degli omosessuali.
Avrei dovuto capire tutto con largo anticipo. Ma è stata una bella lezione».

di Federica Lamagra

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°192 – APRILE 2019

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