Stabilizzazione Vertebrale: vivere e convivere con la fusione spinale

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La stabilizzazione della colonna è una procedura chirurgica in cui alcune vertebre vengono unite tramite un impianto di fissazione strumentata e viene utilizzata normalmente per la risoluzione delle spondilolistesi (vale a dire la condizione caratterizzata dallo scivolamento di una vertebra rispetto all’altra e che interessa generalmente il tratto lombare) che non rispondono ai trattamenti conservativi, vale a dire alla ginnastica posturale associata all’uso di busti contenitivi.

La valutazione della tipologia e del grado di spondilolistesi è molto importante per stabilire l’opportunità e la necessità della terapia chirurgica. A questo scopo, la spondilolistesi è un processo degenerativo che deve essere analizzato sotto più aspetti: grado dello slittamento, interessamento muscolo-scheletrico, insieme dei sintomi infiammatori, risposta alle terapie conservative e cause (comunemente artrosi, malformazioni, infezioni, neoplasie, traumi). Il ricorso a questa tecnica operatoria è, infatti, indicata per il trattamento di spondolistesi malformative, delle spondilolistesi degenerative e della spondilolistesi traumatica, dopo aver stabilito il grado di instabilità lombare e l’insieme dei sintomi lamentati dal paziente.

Ma cosa succede quando delle vertebre vengono fissate chirurgicamente?

La nostra colonna vertebrale, pur essendo formata da una serie di vertebre distinte in diverse regioni (cervicale, dorsale e lombo-sacrale), è un “corpo unico” che serve ad ammortizzare il carico di qualsiasi nostro movimento o sforzo fisico grazie ad una armoniosa alternanza di curve fisiologiche (lordosi cervicale, cifosi dorsale e lordosi lombare). Essa funzionerà male ogni qualvolta ci sarà una alterazione di queste curve, sia in eccesso (iperlordosi – ipercifosi o scoliosi) che in difetto (rettilineizzazione cervicale, dorsale e/o lombare).

Quando viene a crearsi una situazione (degenerativa o traumatica) per cui si rende necessaria una stabilizzazione chirurgica di un tratto del rachide, la “armoniosa alternanza di curve fisiologiche” suddetta non potrà più sussistere poiché, bloccando il gioco di alcune vertebre, a monte o a valle delle stesse la colonna andrà incontro ad un continuo adattamento, alla ricerca del miglior modo per ammortizzare tutti i carichi ad essa destinati e trovando ogni volta un ostacolo nelle vertebre fissate. Questo continuo lavoro a cui la colonna viene sottoposta, porta spesso ad un irrigidimento muscolare a mo’ di difesa dei tratti liberi e che diventano essi stessi sede di dolore e di limitazione del movimento.

Molti sono i pazienti che ricorrono a questo intervento per risolvere problemi gravi di dolore acuto e cronico legato a deformità spontanee o traumatiche della colonna, ma che nel post-intervento si ritrovano a dover convivere con dolori completamente diversi dovuti agli scompensi a cui il resto del corpo spesso va incontro, necessitando di cicli di riabilitazione frequenti o di attività fisiche specifiche per trovare un equilibrio nuovo e sicuramente diverso con una struttura anatomica non più “naturale”.

Proprio per questo è doveroso, da parte dello specialista, valutare scrupolosamente la necessità di un simile intervento poiché quello che in alcuni casi diventa l’unica soluzione, in altri (che potrebbero giovare di tecniche diverse) potrebbe essere l’inizio di una lunga serie di problematiche con cui il paziente dovrà convivere per sempre.

di Patrizia Maiorano

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