Squid Game: la serie rivelazione coreana disponibile su Netflix

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È stupefacente constatare che “Squid Game“, una serie coreana, sia sulle tendenze Netflix da giorni, ed è stupefacente per due motivi. Anzitutto il grande pubblico è mal abituato ai prodotti di derivazione orientale, nella maggior parte dei casi rilegati ad una nicchia di appassionati, e poi questa serie è stata localizzata in italiano solo coi sottotitoli e non con il doppiaggio. Anche in questo caso, se non si usufruisce prevalentemente di serie e film in lingua originale, difficilmente l’utente medio dedicherà del tempo a quell’opera. Era successo in precedenza con “Narcos“, ma il quel caso si trattava di un prodotto molto più occidentale, fruibile al pubblico nostrano e soprattutto di un misto tra le parti in inglese doppiate e quelle in spagnolo. Pertanto, questo fatto, oltre a far presumere una buona apertura ed evoluzione da parte degli italiani nei confronti dei media stranieri, fa intuire che “Squid Game” sia un prodotto niente male.

Ma è sempre bene analizzare con ordine, non sempre grandi numeri significano grande qualità (guarda il fenomeno Casa di carta). La serie comincia con una specie di déjà vu di un altro prodotto coreano che negli ultimi tempi abbiamo imparato ad amare: “Parasite“. Infatti il primo impatto è quello con la Corea del sud più povera e affamata: fatta di appartamenti angustiosi, alcol, sigarette e una frenetica corsa alla sopravvivenza. Il protagonista, Seong Gi-hun (Lee Jung-jae), è un uomo di mezza età fallito che vive con sua madre, ha il vizio del gioco, una figlia al quale non dedica le giuste attenzioni e soprattutto una valanga di debiti. Il merito del regista Hwang Dong-hyuk, è quello di farti affezionare immediatamente ad un personaggio non esattamente simpatico, e soprattutto, viene data l’opportunità allo spettatore di avere fiducia nel protagonista. Una fiducia che verrà poi ricambiata grazie a una magistrale evoluzione del personaggio.

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Senza entrare troppo nei dettagli, vi basti sapere che Seong Gi-hunsi troverà davanti l’occasione di guadagnare un mare di soldi per saldare tutti i suoi debiti e garantire una vita dignitosa alla madre e alla figlia. Ma non è tutto oro quello che luccica e il protagonista si troverà presto a partecipare ad un gioco malato insieme ad altre 455 persone (tutte con gravi problemi economici) riconosciute con un numero. Gli aguzzini che “costringono” i protagonisti a giochi per bambini che se persi risulteranno letali, sono un piccolo esercito di soldati mascherati e il Front man, un altro individuo di cui non conosciamo le fattezze che dirige questa organizzazione.

Entrare nel merito dei dettagli della trama rovinerebbe la vostra esperienza, vi basti sapere che “Squid Game” gode di un grandissimo sviluppo dei personaggi, sviluppo alle volte crescente, altre volte decrescente e in alcuni casi piacevolmente disomogeneo e frastagliato. La cosa incredibile? è che con 256 partecipanti, un numero indefinito di soldati semi-muti e altri comprimari, non avrete mai l’impressione che gli attori siano semplice carne da macello per gli occhi, non saranno mai il riempimento di uno schermo ma ognuno di esso (anche per pochi secondi) sarà umano e avrà il proprio peso ai fini della storia.

In generale vi godrete tutte e 9 le puntate disponibili e sono sicuro che vi appassionerete. Certo non è una serie perfetta. È sicuramente migliorabile il comparto musicale (un po’ banale e ripetitivo), Un finale e dei colpi di scena abbastanza prevedibili per chiunque abbia un minimo di occhio e ci un bel po’ di cose che fanno difficoltà a quadrare per credibilità e motivazioni. Alcune di queste saranno probabilmente spiegate all’interno di una praticamente annunciata seconda stagione, palese grazie a un mezzo cliffhanger. Inoltre, per le cose che accadono, “Squid Game” ricorda un po’ il giapponese “As the Gods Will“, ma senza risultare mai una copia. La morale, o le morali, all’interno della serie non risultano originallisime, ma si tratta sicuramente di un prodotto estremamente propositivo e intelligente.

Una delle cose più interessanti all’interno della serie è una specie di sottotrama, qualcosa al quale si potrebbe anche non prestare attenzione, qualcosa che potrebbe anche non esistere, ma che all’interno del miscuglio si amalgama benissimo e anzi, potenzia certi concetti: gli organi. Il traffico illegale di organi e le sue meccaniche sono onnipresenti all’interno della serie, ripeto, sono totalmente inutili ai fini della trama, ma mostrano con estrema crudeltà qual è il valore attribuito a questo mercato. Un mercato che purtroppo non si sviluppa solo in Corea ma in tantissimi altri paesi dell’Asia e in cui l’economia è sottosviluppata. Concettualmente questa faccenda assume dei tratti potentissimi, descrivendo insieme agli eventi della serie il valore materiale delle persone che, oltre il valore sociale, è imparziale e esattamente uguale per tutti. Se non puoi pagare i tuoi debiti lo faranno le tue cornee o i tuoi reni al posto tuo.

di Giuseppe Spada

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