L’8 febbraio la rassegna AstraDoc Viaggio nel cinema del reale,che da diversi anni offre al pubblico napoletano uno sguardo sulle più importanti tematiche della nostra contemporaneità, ha ospitato l’ultimo film di Nanni MorettiSantiago, Italia”.  Il film, attraverso un viaggio spazio-temporale, ci porta inevitabilmente a riflettere sul presente, rievocando sentimenti di accoglienza e di solidarietà che sembrano ormai lontani.

«Quando ho visto il film di Nanni Moretti, la prima grande sorpresa è stata: perché quarant’anni dopo, perché il Cile, che cosa lo ha attirato?», ha dichiarato Alessandra Riccio, ex docente dell’Orientale e corrispondente dal Sudamerica per diversi giornali, «sono tanti quarant’anni, sono due generazioni, e c’è chi non sa neanche chi sia stato Allende e cosa sia successo in quegli anni. È bene ricordarlo e Moretti lo fa in maniera molto discreta ed elegante, stabilendo un ponte tra il Cile e l’Italia. Tra ieri e oggi.»

Era il 1973. L’uomo che parlava al microfono crepitante, in mezzo a suoni di bombe che esplodevano era il presidente del Cile Salvador Allende che era nel suo Palazzo Presidenziale mentre l’esercito, guidato da Pinochet, lo stava bombardando.

Il Cile e l’Italia avevano un assetto molto simile: in Cile, Salvador Allende, con un governo di Unità Popolare, metteva insieme socialisti, comunisti, democristiani e partiti minori dando inizio a un progetto socialista e democratico; intanto l’Italia di Berlinguer guardava con molta partecipazione all’esperimento di Allende. Napoli era in primo piano con il sindaco Maurizio Valenti, primo sindaco comunista della città con l’aiuto del quale, durante il regime di Pinochet, il segretario del partito comunista cileno Luis Corvalán fu liberato dalla prigionia e accolto dalla folla di napoletani a Piazza Matteotti.

Dopo il bombardamento del Palazzo della Moneda e la morte suicida del Presidente, il Cile venne brutalmente militarizzato. Il racconto del regime del terrore con le testimonianze dirette di chi ha vissuto le persecuzioni fa gelare gli animi. Gli oppositori al regime erano “gli sconfitti” e potevano sperare solo nella solidarietà internazionale.

A fare da contraltare a quelle pagine orrende di storia è il racconto di “una bella storia italiana”, ovvero il racconto dell’impegno dell’Ambasciata italiana a Santiago che accolse centinaia di rifugiati politici consentendo poi loro di raggiungere l’Italia. Moretti sposta sapientemente la sua camera, arrivando nelle case italiane e intervistando alcuni rifugiati cileni.

La commozione dei testimoni si intreccia con quella in sala, soprattutto quando viene descritta la dura “scavalcata” del muro, durante la quale la paura di essere fucilati scompare di fronte alla consapevolezza di trovare una mano pronta ad afferrarli dall’altro lato. Una volta arrivati in Italia, i rifugiati cileni si sentono accolti e partecipi: non c’era sfruttamento sul lavoro, non c’era discriminazione, non c’erano cileni e italiani ma persone.

Il finale arriva improvvisamente con la contrapposizione dell’Italia di ieri, accogliente e soldale, a quella di oggi. Un’Italia governata dall’ individualismo che ha costruito un muro molto più alto e scivoloso di quello descritto nel film.

“Che fine ha fatto la nostra umanità?” è l’interrogativo che Moretti ci pone implicitamente. A risponderci è Imma Villa, attrice napoletana, presente non come professionista ma come cittadina attiva: «Stiamo vivendo un periodo orribile, veramente oscuro. Non c’è più un’Italia solidale ma fortunatamente ci sono povere isole felici che nel loro piccolo, cercano di fare qualcosa». Un’isola felice è sicuramente Roberto D’Avascio, impegnato in progetti rivolti al sociale con l’Associazione Arci Movie che cerca di fare politica attraverso la bellezza delle immagini sullo schermo.

A dare conferma sono i due cortometraggi proiettati in sala: “Lilliput” di Giovanni Linguiti e “Mein Haus” di Gabriella Denisi, due giovani ragazzi dell’Atelier del Cinema Reale di Ponticelli che si mostrano fiduciosi nel ruolo del Cinema per affrontare le problematiche sociali. Il primo racconta l’esperienza di persone affette da dipendenze che iniziano attività di ortoterapia per ritrovare la bellezza attraverso il contatto con la natura. Il secondo invece, attraverso l’esperienza di due volontarie tedesche, racconta del centro sociale Casa mia, che dagli anni ’60 organizza tantissime attività, soprattutto con i bambini, all’interno del quartiere Ponticelli «un posto difficile dove le relazioni si creano se si ha un obiettivo comune»,dichiara Gabriella Denisi.

L’Italia della solidarietà e dell’accoglienza, che distrugge le barricate dell’individualismo e del pregiudizio esiste ancora seppur più silenziosa, nei sorrisi dei tanti volontari impegnati nel sociale ma anche negli occhi commossi di molte persone in sala.

di Giorgia Scognamiglio
ph: Giorgia Scognamiglio