Sandro Veronesi: un colibrì che vale il secondo Strega

Quando ho pensato di intervistare Sandro Veronesi, mi sono accorto di non conoscere modo alcuno per entrare in contatto con lui. Scoprire che sarebbe stato a Benevento, per l’evento Benevento Città Spettacolo, è stato un caso fortuito. O forse destino, anche se non sono un grande amante del destino. Preferisco le coincidenze fortunate a differenza dell’autore che per Marco Carrera, protagonista de Il colibrì romanzo vincitore del Premio Strega 2020, ha creato un disegno preciso. Meglio sarebbe però, che ci raccontasse lui del suo romanzo.

Chi è Marco Carrera?

«È un uomo comune, uno dei tanti. Certo appartiene ad una borghesia abbastanza beneficiata negli ultimi decenni del secolo scorso grazie al boom economico. Quindi ha potuto studiare ha potuto laurearsi come ce ne sono tanti, adesso meno perché adesso i tempi sono difficili. È un po’ il figlio qualsiasi della borghesia più benestante di tutti i tempi in Italia, che è quella della seconda metà del secolo scorso. LE sue caratteristiche di partenza sono molto generiche: ciò che fa di lui il colibrì e dunque il protagonista di un romanzo è ciò che lui si trova a dimostrare sul campo della vita, soprattutto nella capacità che ha di reagire alle avversità, senza perdere la propria identità. Quale che sia, lui la mantiene e mantiene la sua capacità di vedere il piacere nella vita, continua a credere che ne valga ancora la pena. E questo lo rende diverso, più complicato da frequentare. Infatti gli viene detto dalla donna che, non ha frequentato mai pur avendola sempre amata, che lui si muove per restare fermo. Questa caratteristica fa sì che sia difficile stargli accanto».

Parliamo di donne, in particolar modo quelle frequentate da Carrera. C’è un motivo per cui tutte le donne che gli stanno accanto sia in cura da uno psicologo?

«Volevo mettere in Marco Carrera un’avversione alla psicoanalisi che non fosse pregiudiziale. Li invece volevo che avesse un pregiudizio di un altro tipo, più giustificato e anche un po’ buffo, appunto sapersi oggetto di terapia psicoanalitica di tutte le donne, da sua madre fino a sua nipote, con le quali lui abbia avuto una relazione affettiva. Questo rende più comprensibile e più condividibile quell’avversione che poi anch’essa è destinata a scontrarsi col destino perché è proprio uno psicoanalista, quello di sua moglie, a fornirgli gli strumenti per affrontare alcune prove molto dure che lo attendono. Questo accade fuori dalla terapia, lo psicoanalista si presenta in amicizia, e quindi la cultura psicoanalitica lo aiuta ad assorbire gli urti emotivi che gli sono riservati senza perdere la propria identità».

Riguardo lo sfasamento del piano temporale presente all’interno del romanzo. Lei ha scelto di spezzettare la linea temporale e di disporre lo svolgimento dei vari avvenimenti alternando presente, passato, futuro. Mi è sembrato che questo modo di raccontare fosse in contraddizione con il colibrì. Perché mentre l’uccello resta fermo sul posto, il romanzo è un romanzo di movimento.

«Io non ho pensato di correlare stile e contenuto. Credo che la correlazione di queste due entità si trovi solo se si svolge l’esercizio correttamente, senza porsi quest’ultima come obiettivo. L’obiettivo viene centrato, l’armonia, semplicemente se si riesce a svolgere bene la resa stilistica e contenutistica. Ci sto pensando adesso che me lo ha chiesto. Le dico questo: innanzitutto il protagonista non sta per niente fermo, perché il colibrì si muove in continuazione per rimanere fermo. E poi non riesce neanche perché gli urti emotivi, i soffi della tempesta, lo spazzano via. Non è che lui riesca a resistere immobile quando soffia quel vento, così come succede all’uccelletto. Però, una volta arrivato l’urto e non avendo perso nessuna delle proprie caratteristiche, il colibrì, e quindi Marco Carrera, ricomincia subito a fare quello che faceva prima. E quindi in questo sta la sua coerenza, dell’animale con la propria natura, e del personaggio letterario con il proprio destino che fa di lui il protagonista di un romanzo così come del colibrì è stato fatto un simbolo di parecchie cosmogonie del guerriero ideale, di colui che non molla mai. Piccolo ed irrilevante, dal punto di vista della forza, ma capace di lottare fino alla fine».

A proposito della metafora del colibrì, mi è sembrata che l’idea della fermezza e del rimettere insieme i pezzi ci sia anche in Caos calmo, visto che Pietro Paladini decide di sedersi in auto, fermo, dopo la morte della moglie. Marco Carrera e Pietro Paladini sono legati tra loro o, invece, al contrario sono distanti?

«Beh, tanto lontani non sono. Entrambi sono personaggi che ho inventato io, che stanno dentro romanzo miei, quindi una correlazione passando attraverso di me c’è. Però la differenza che è anche la correlazione, ciò che ci può permettere di menzionarli in una forma di paragone, è questa: Pietro Paladini si ferma. Si siede in macchina, nel film l’hanno messo su di una panchina, e si ferma. E questo diventa molto attraente per gli altri perché tutti lo vorrebbero fare, ma nessuno lo fa mai. Anche se, si presume che questo suo gesto, sia un gesto di puro dolore, e qui c’è il romanzo perché in effetti lui il dolore non lo sta provando. Però lui si ferma davvero, lui smette di battere le ali. Invece Marco Carrera per tenere le cose insieme, per mantenere un’idea, anche solo una parvenza, di famiglia intorno a sé, lui si muove freneticamente. Questo fa sì che chiunque voglia stargli vicino debba condividere questo dinamismo così forsennato».  

Adesso ci distacchiamo dal libro per affrontare un’altra questione. Lei insieme a Paolo Volponi è l’unico autore ad aver vinto il Premio Strega due volte. Che effetto fa veder riconosciuto il proprio lavoro dal premio letterario più importante d’Italia per ben due volte? E che effetto fa diventare una sorta di unicum nel panorama letterario italiano?

«Inizio col dire che il mio traguardo rappresenta un unicum perché non ci ha provato nessuno oltre a Volponi e Cassola. Tra l’altro è abbastanza sorprendente per me che non ci sia riuscito anche Cassola, con il libro Paura e Tristezza che è un libro bellissimo, e che però non gli bastò. Però, ecco, non è che aver vinto il premio due volte mi differenzi tra gli altri, perché gli altri non ci hanno nemmeno provato. Se ci abbiamo provato in tre e ci siamo riusciti in due, sembra più strano che non l’abbia vinto anche Cassola. Se parliamo, invece, della sensazione che ho provato ad essere ripremiato dalla stessa giuria che mi aveva già premiato una volta, Gli Amici della domenica (la giura del premio ndr.) sono gli stessi a vita, questo mi ha toccato molto. Persone che mi avevo già votato con un altro romanzo, non hanno avuto niente in contrario a votarmi di nuovo, la prendo come un’attestazione di benevolenza, ma non come una considerazione che io sia un grande scrittore come Volponi. Mi ha fatto piacere che la giura, almeno gran parte di essa, sia rimasta al dettato del regolamento che dice che si premia il libro. E allora il libro va premiato o no in relazione agli altri libri che concorrono, che non sono necessariamente tutti i libri che sono stati pubblicati in Italia. Questo vuol dire che non c’è stata nessuna obiezione nell’apprezzare il mio libro, a premiarlo, tenendo conto che le stesse persone ne avevano già premiato un altro. Ciò lo considero come un attestato di benevolenza. Però questo non significa che io sia un grande scrittore come Volponi. Volponi era un grande scrittore a prescindere dai premi Strega che ha vinto, era un grande e basta. Così come lo era anche Cassola. Mi fa molto piacere e mi tocca che la giuria mi abbia premiato ancora una volta non opponendosi perché Sandro Veronesi non è Paolo Volponi. Questo mi fa capire che hanno ragionato come ho ragionato io quando mi sono presentato al premio. Non ho presentato me stesso, ho presentato il libro. Allora lì c’è la possibilità di vincerlo una seconda volta, cosa che per fortuna si è verificata».

In conclusione: possiamo dire che il messaggio che il libro lascia ai lettori è che a volte il cambiamento può essere una chimera e che, forse, ci vuole più forza a rimettere insieme i pezzi piuttosto che a scappare?

«Vede il cambiamento che vale la pena è uno. Tutto gli altri cambiamenti, che sono quel cambiamento, sono dei passi indietro. Sono cose nei confronti della quali bisogna essere più diffidenti di quanto sia stato io nella mia vita. Marco Carrera, al contrario, è diffidente al cambiamento. Però poi, alla fine del romanzo, dal il contributo deciso al cambiamento più importante di tutti. Cioè alla nascita di una vera e propria opposizione, rappresentata dagli adolescenti, dai bambini e dai personaggi influenti come sua nipote, opposizione alla deriva che ci vuole adesso in totale caos e in totale conflitto sociale. In totale confusione semantica per cui alcune parole come libertà non hanno più valore, se non il contrario di quello per cui tanti hanno lottato e sono morti. Ripristinare una prospettiva e un futuro che adesso sono oggettivamente scomparsi dall’orizzonte. Io il futuro non lo vedo più come lo vedevo quand’ero ragazzo, vedo una nebbia anche piuttosto minacciosa. Ho immaginato dentro questa nebbia delle persone che lottino per ripristinare il patto sociale. E in questo senso Marco Carrera una mano la dà, allevando la nipote. E quindi per il cambiamento che vale, lui un contributo, lo dà».

Qui ci siamo trovati in disaccordo. Sarà che siamo di generazioni differenti, ma io il futuro lo vedo luminoso. E con l’augurio di poter essere fautori del cambiamento che vale, noi della nostra generazione, ci siamo salutati. Sarà dura ma le persone all’interno della nebbia, potremmo essere noi.

di Marco Cutillo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°209
SETTEMBRE 2020

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