Sole e Claudio sono due ragazzi di 16 e 17 anni che fanno parte dell’Associazione Officina Volturno. Fin da quando hanno messo piede in redazione, hanno subito mostrato una gran voglia di raccontare le realtà che vivono. Cari lettori, questa rubrica è curata proprio da loro con l’obiettivo di avvicinare le generazioni. Noi siamo fieri di poter essere un piccolo megafono di voci così speranzose. Se sentite di inviargli un pensiero, riflessione, consiglio o complimento, potete scrivergli a redazione@informareonline.com.
Benessere mentale nei giovani: un fenomeno nascosto
Generalmente si tende a dire che la salute sia la cosa più preziosa che possediamo, riferendosi sempre a quella fisica. Ma perché nessuno tiene conto di quella mentale? Per varcare la soglia del benessere mentale ci vuole poco, ma ritornare ad avere equilibrio è difficile e richiede tempo. I motivi per cui si comincia a stare male sono molteplici: il non riuscire a gestire lo stress, problemi introspettivi o continua infelicità legata a dinamiche quotidiane. Spesso questi traslano in patologie certificate. Si manifestano fisicamente con stanchezza, dolori e insonnia, psicologicamente con ansia, depressione e irascibilità e nei comportamenti con isolamento sociale e perdita di motivazione.
Per un minore, vivere tutto ciò ogni giorno porta alla progressiva perdita di controllo di sé stessi, avendo un brutto impatto su scuola e relazioni sociali. Non tutti sono abbastanza forti mentalmente per rimettersi subito in carreggiata e deviano in strade che danno l’impressione di farli sentire meglio (gioco d’azzardo, alcol o droghe), per poi scoprire che a lungo termine sono autodistruttive e alimentano altre preoccupazioni. Prendersene cura è complicato e non immediato, perché questi disturbi stanno diventando sempre più dei “fenomeni nascosti”. Gran parte dei giovani che ne soffrono, gode di un’alta sensibilità; di conseguenza, essi possono essere facilmente influenzati da pareri altrui e provare paura nell’esternare i conflitti interiori. Quindi, provate ad immaginare quanti di loro stanno effettivamente male e quanti lo mostrano.
Inoltre, non ci si rende immediatamente conto del costante malessere, sia per accettarlo tra sé e sé sia per trovare il coraggio di chiedere aiuto. La richiesta d’aiuto è fondamentale ma si fatica a farlo, contribuendo a svilupparlo maggiormente come un fenomeno nascosto. In partenza, già il parlarne con un familiare o un amico può sollevare dal dolore interno, ma sono presenti anche servizi pubblici per il benessere psicologico, come lo Sportello Psicologico nelle scuole o il Bonus Psicologo per aiutare chi non ha possibilità economiche elevate. Curare il benessere mentale dipende soprattutto dalla nostra volontà. Dobbiamo essere noi i primi a capire che c’è qualcosa che non va, ad essere determinati in modo da superarlo e a capire che mostrare le proprie sofferenze non deve essere interpretato come un disagio, ma come un punto di forza per risolvere i propri malesseri interiori.
di Claudio Longobardi
Noi, i social e quello che non diciamo
I social sono sempre più parte delle nostre vite e coinvolgono tutti noi. Parlo dal punto di vista di una giovane il cui mondo è estremamente social e immerso nell’esposizione mediatica, spesso percepita come più valida della vita reale. Le nuove forme di connessione coinvolgono anche gli adulti, nonostante critichino tecnologie che nemmeno comprendono, mentre la sera, lontano da occhi indiscreti, guardano contenuti leggeri. In questa distanza tra adulti e mondo di Internet, si nascondono tabù e incomprensioni che dividono le generazioni. I “cresciuti” vorrebbero spesso porre domande alle nuove generazioni “computerizzate”. Mentre le incomprensioni aumentano, ci si chiede dove stia il vero problema, che cresce insieme a un mondo dominato dall’esposizione mediatica. Una madre disperata, dopo l’ennesima discussione con la figlia che vorrebbe proteggere da un mondo che anche lei fatica a comprendere, si ritrova con una porta sbattuta e un cellulare sempre in mano.
Davanti all’ennesimo post che rivela passioni della figlia a lei ignote, si chiede: “Perché vi arrabbiate tanto quando qualcuno vi giudica, ma poi vi esponete così tanto sui social?”. Noi giovani una risposta certa non possiamo darla. A mio avviso, conta la scelta. I social sono un palcoscenico: si prepara lo spettacolo, si scelgono personaggi, storia, trucco e parrucco. È tutto premeditato. Finita la rappresentazione, l’attore torna alla sua vita, forse malandata, dalla quale vorrebbe scappare. Per un attimo è stato chi avrebbe voluto essere, e il pubblico ha creduto a quella versione brillante e fittizia. Tramite schermi costruiamo l’immagine di chi vorremmo essere.
Ma ciò che è finto crolla al primo urto: mancano basi solide. Chi è sicuro di sé non sente il bisogno di rifugiarsi in una casa di cristallo, fragile e instabile. In adolescenza nulla è certo. Non sai chi sei, chi vuoi essere, cosa ti piace e cosa fingi. Dinanzi alla perfezione degli altri ti senti in difetto. Mentre ti costruisci, qualcuno pretende che tu sia già pronto, e forse sei proprio tu. Così, quando arriva un giudizio esterno che tocca ciò che già temevi fragile, ti senti messo a nudo sul palcoscenico da te creato. A sedici anni tutto suona come “non sei abbastanza”, anche quando un adulto vuole solo aiutarti. Il giudizio esterno non ci sta bene perché arriva sempre su ciò che è fragile, su ciò che credevamo davvero di essere riusciti a nascondere, e, forse, la risposta a tali quesiti posti dagli adulti risiede proprio nella complessità del desiderio umano di essere visti e riconosciuti.
di Sole Funaro
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