Riello: “Impunità per i baby killer aiuta i boss”

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Dalla “Paranza dei bambini” di Roberto Saviano alla polemica sui murales per i baby boss uccisi, il fenomeno della delinquenza minorile non si esaurisce nelle statistiche. E la delicatissima questione minorile rappresenta sempre di più un’emergenza che riguarda tutti: la società, la politica, la giustizia. E se da una parte è vero che in quartieri come Scampia o Secondigliano a Napoli, in un ambiente di estremo degrado, non ci sono molte alternative alla delinquenza per un giovane, dall’altra un atteggiamento legislativo troppo condiscendente nei confronti dei minori può diventare una trappola per il minore stesso.

Come ci spiega in questa intervista Luigi Riello, procuratore generale della Corte d’Appello di Napoli, quando si tratta di un minore non c è obbligo di arresto in flagranza per nessun reato. “C’è la facoltà di arrestare a partire da un certo tetto in poi: nove anni di pena” dice in una intervista ad askanews. “Per cui un minorenne trovato con un arma comune da sparo in tasca non può essere arrestato. Allora io mi chiedo fermo restando che il carcere minorile non può essere il carcere con il pigiama a righe e la palla al piede, deve essere qualcosa di diverso ed educativo, ma dare la mano al minore e consegnarlo alla famiglia è diseducativo perché il minore impara che non rischia nulla, infatti la frase più ricorrente che ci raccontano i poliziotti e i carabinieri è: “non ci potete fare niente”, con aria di sfida. È peraltro un istigazione, nei confronti dei capi della camorra, a utilizzare i minorenni, sapendo che saranno al massimo condannati a una pena molto blanda e non effettiva, a utilizzarli sicuramente come pusher, ma molto spesso come killer, per quattro soldi”.
Ragazzi, talora bambini, la cui mano che spara e talora uccide viene pagata al massimo un migliaio di euro. Perché queste sono le cifre offerte a chi cresce magari in famiglie disastrate, madri che si prostituiscono, padri in prigione. Poveri ragazzi sbandati, come sottolinea lo stesso Riello, che vengono utilizzati dalle grandi organizzazioni criminali come manodopera a basso costo e condizioni vantaggiose.
“In alcuni casi, io dico in casi estremi, – precisa il magistrato – perché non si deve assumere come metodo, si può e si deve usare anche la sospensione della patria potestà. O meglio della potestà parentale, così come è nella nuova legge. Ci sono casi che noi abbiamo verificato di famiglie che utilizzano bambini di sei, sette, otto anni per confezionare le dosi di droga. Allora una famiglia che non ha chiaro il diaframma tra il lecito e l’illecito, e che abitua il bambino, che ovviamente vede nel padre nella madre un punto di riferimento da seguire, a questo tipo di comportamenti non è una famiglia che può garantire un futuro a questo ragazzo, se non da delinquente. Non penso a una deportazione in massa, sarebbe fuori da ogni logica e da ogni principio. Ma certamente in alcuni casi estremi, credo che questo sistema sia un uscita di sicurezza nell’interesse del minore”.

Intervista di Cristina Giuliano

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