“Restiamo Umani” fa tappa a Castel Volturno

È partita il 20 giugno scorso da Trento la marcia “Restiamo Umani”, guidata da John Mpaliza, cittadino italiano di origine congolese.

Il cammino si pone l’obiettivo di diffondere un messaggio di pace per combattere il diffuso razzismo e la xenofobia dei nostri giorni ed ha fatto sosta in numerosi comuni italiani, percorrendo oltre 3000 chilometri. Si è poi concluso il 20 ottobre al Vaticano, dove John ha incontrato Papa Francesco. Tra le tante tappe, la marcia è approdata anche a Castel Volturno dove John è stato accolto da molti giovani per poi muoversi verso la conferenza organizzata al Centro d’accoglienza Fernandes. Il nome del cammino, come ci spiega John, si ispira alle parole di Vittorio Arrigoni, attivista e giornalista italiano ucciso da un gruppo di terroristi a Gaza, dove si era trasferito per promuovere la risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.

Ma chi è John e come ha preso la decisione di lasciare tutto e partire?

John arriva in Italia nel ‘93 come richiedente asilo e nei primi anni dopo lo sbarco vive in Campania, tra Giugliano e Villa Literno, per poi spostarsi in Puglia, dove inizia a lavorare come bracciante ovvero come schiavo.
Si è poi trasferito a Reggio Emilia dove ha ripreso gli studi interrotti in Africa, per diventare ingegnere informatico. Ha così iniziato a lavorare per il comune fino al 2010 quando, di ritorno da un viaggio nel suo Paese, ha deciso di abbandonare tutto.
«In Congo, nel ‘96, è iniziata una guerra economica che va avanti ancora oggi. Io ho perso mio padre, mia sorella è data per dispersa e molti miei amici sono morti. Tornato in Italia ho sentito il dovere, come cittadino italo-congolese, di raccontare quello che stava succedendo». Uno degli scopi della marcia, infatti, è proprio quello di sensibilizzare riguardo la situazione del Congo, uno dei Paesi più sfruttati dall’Occidente per le materie prime di cui è ricco.

«Siamo i primi produttori mondiali di coltan e cobalto, i minerali che servono per realizzare i telefonini e le batterie delle macchine elettriche», ci spiega.

«Dovremmo essere ricchi, invece queste risorse sono una disgrazia per il nostro popolo. Per avere questi minerali le multinazionali occidentali pagano parte dei proventi alle milizie, che creano i conflitti, massacrano la gente e stuprano donne e bambine. Questo disumanizza la società al punto che la gente è costretta a scappare. Oggi si parla tanto di immigrazione, forse dovremmo chiederci da dove nasce».
Gli abbiamo poi domandato cosa significasse per lui fare tappa proprio a Castel Volturno, uno dei comuni in Campania che racchiude in sé la maggiore quantità di diverse etnie. «Per me attraversare la Campania vuol dire ritornare sui miei passi», risponde. Ci racconta di quando ha vissuto qui, tra il ‘93 e il ‘95 e delle aggressioni razziste di cui si sentiva parlare in quel periodo. «Tornare qui e vedere ragazzi italiani e stranieri camminare insieme per dire “restiamo umani” è molto importante».

Durante la conferenza al Centro Fernandes abbiamo avuto poi avuto la possibilità di intervistare Alex Zanotelli, prete del Quartiere Sanità di Napoli e missionario comboniano, che ribadisce l’importanza del messaggio portato da John.

«È un messaggio sempre nuovo perché purtroppo, in questo periodo, ci stiamo imbarbarendo, disumanizzando», afferma riferendosi alle decisioni prese dal Governo giallo-verde sulla questione migranti, alla politica di Salvini e alla chiusura dei porti.
Abbiamo parlato con lui anche delle proteste giovanili che, così attente al tema ambientale sembrano invece aver lasciato da parte temi come la pace e l’immigrazione. «Sono stato anch’io ai Fridays for Future e ho ricordato ai ragazzi che le lotte devono essere congiunte».
Ci ricorda infatti quanto le guerre siano una delle maggiori cause d’inquinamento.

Lottare per l’ambiente o per la pace, dunque, vuol dire lottare contro lo stesso sistema che sta devastando la nostra società e contro un’economia fondata sulle armi che, come afferma anche Papa Francesco, ci sta uccidendo.

 

di Marianna Donadio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°199
NOVEMBRE 2019

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