«Ci sono amori felici. Ci sono amori infelici. E poi ci sono storie come certi quadri appesi: tutti li vedono storti, tranne i due abitanti della casa». Storie appunto, non amori. Storie di sofferenza, dolore, storie a tratti malate, che sconquassano vite, feriscono, distruggono. Sono queste le storie di cui parla “Proprio a me“, un nuovissimo podcast curato da Selvaggia Lucarelli. Sei puntate da quaranta minuti, sei storie, mille vite a intrecciarsi e interfacciarsi con la versione abbrutita di uno dei sentimenti più nobili che un essere umano possa provare: l’amore.
“Proprio a me” è un po’ il filo conduttore di tutte le vite che hanno scelto di mettersi a nudo davanti ad un microfono, di raccontare cosa fosse significato per loro trovarsi sull’orlo di un crepaccio a chiedersi cosa avessero fatto di male per meritare un “amore” così, a convincersi che solo quello fosse l’amore vero – o almeno che solo quel tipo di amore fosse quello che loro meritavano. Donne e uomini forti: così si reputavano tutti i protagonisti delle storie raccontate, così erano visti da chi, conoscendoli, non avrebbe mai potuto immaginarli così vicini ad un punto di non ritorno per una storia-non storia.
Una relazione cominciata un po’ per gioco, un po’ per caso, o forse perché era destino, che molto spesso all’inizio ha la capacità di far sentire la vittima di quell’amore tossico – o almeno una delle due vittime, quella che ancora non sa di esserlo – al settimo cielo, come se dalla vita non avesse potuto desiderare di meglio. Poi, d’improvviso, le cose cambiano: di sera ci si addormenta con una persona che si teme non sia reale per quanto è perfetta, di mattina è l’esatto opposto, e ci si ritrova a sperare che non sia reale, che la realtà non sia un incubo così grande.
«Mi sono bucata per quattro anni. Non mi infilavo una siringa nel braccio perché la mia droga non era una sostanza, era una relazione». Questa una delle frasi di maggior impatto, una confessione pronunciata con una voce ferma, salda, leggermente incrinata verso la fine, verso la consapevolezza di essersi ritrovati irretiti in una dipendenza affettiva che avrebbe potuto condurre anche alla morte, di aver affrontato uno tsunami dal quale molte donne e uomini, purtroppo, non sono emersi vivi.
Perché è la violenza in tutte le sue sfaccettature che questo podcast sbatte in faccia nella maniera più crudele possibile, tramite il racconto in prima persona dei suoi superstiti, che ancora ne portano dentro – e un po’ anche fuori – le ferite, che non tardano a sanguinare di nuovo, fermandosi a piangere per un dolore che non passerà mai. Fermandosi a pensare e a chiedersi, a distanza di anni ormai, perché. Perché una persona accetta di subire anziché ribellarsi? Perché una donna accetta di sentirsi dire che è meno, sempre meno, ancora meno ogni giorno che passa, fino a diventare più niente?
Fino a dover accettare che un uomo le dica, guardandola negli occhi, che non gliene frega niente di lei, del suo lavoro, della sua vita, e che l’unica cosa che desidera è che il centro della sua vita sia lui e lui solo? Fino a dover vedere andare in fiamme il proprio ristorante e i sacrifici di una vita, a dover temere di uscire di casa, di parlare per paura che il suo compagno la metta a tacere per sempre?
Perché? Un banale interrogativo a cui è impossibile trovare una risposta. La verità è che, in fondo, le persone forti non esistono, siamo tutti frangibili e mostrarsi forti non significa non avere debolezze, esattamente come essere i carnefici in una storia non significa non essere al contempo vittime. Tutti potenzialmente vittime, tutti potenziali carnefici, una possibile carica di dinamite per gli altri. O per noi stessi.
di Teresa Coscia



















