Con la nuova legge di bilancio, i contribuenti italiani spendono l’equivalente di due caffè alla settimana per mantenere il sistema universitario pubblico, mentre la spesa militare aumenta. In questo scenario, si inserisce la riforma Bernini-Resta, un intervento che, lungi dal migliorare la condizione dei ricercatori, consolida una realtà di sfruttamento istituzionalizzato. La riforma del preruolo non solo non affronta le disuguaglianze sistemiche che stritolano chi lavora nell’università, ma le amplifica. Precariato, sfruttamento e una selezione sempre più classista degli intellettuali sono i pilastri di un sistema che umilia chi ha scelto di dedicarsi alla ricerca, trasformando la passione per il sapere in un ricatto quotidiano. Martina Gargiulo, membro della Direzione Nazionale di ADI (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), descrive con lucidità la “terra di mezzo” del preruolo universitario: «Stipendi da fame, intorno ai 1.200 euro al mese, per chi affronta tre anni di dottorato. Un percorso che non è nemmeno riconosciuto come rapporto di lavoro, perché giuridicamente i dottorandi sono considerati “studenti un po’ cresciuti”. Questa situazione rende i ricercatori ancora più vulnerabili e ricattabili, senza tutele reali né diritti». Il precariato accademico non è solo una condizione lavorativa, ma anche uno strumento di esclusione.
La riforma Bernini-Resta introduce la figura del professore aggiunto, descritta da Gargiulo come «fumosa e inutile». Si tratta di una posizione che rischia di aumentare la platea dei precari senza offrire reali prospettive di stabilizzazione. «Con la riforma si moltiplicano le figure precarie e si umilia il lavoro intellettuale. Il professore aggiunto può persino essere nominato direttamente, un aspetto che mina ulteriormente la trasparenza dei ruoli». In questo quadro, la ricerca diventa una corsa al ribasso. Gargiulo evidenzia come la necessità di “pubblicare per pubblicare” comprometta la qualità, orientando la ricerca verso una logica produttivista e commerciale. «In Italia, i dottorandi sono già costretti a pubblicare durante il loro percorso di formazione, riducendo il tempo per acquisire competenze fondamentali e svuotando di senso il significato stesso della ricerca».
L’università italiana si configura come una macchina che macina sogni e produce disuguaglianze. A Napoli, ad esempio, i costi degli alloggi sono schizzati alle stelle, spinti da un iperturismo che cancella i residenti per fare spazio ai turisti. «Chi arriva in città per studiare, o per lavorare nelle università, non trova né un welfare adeguato né condizioni di vita sostenibili. È una città che accoglie i visitatori ma respinge chi ci vive e lavora, un microcosmo di ciò che accade su scala nazionale. Questa logica svuota di senso la ricerca stessa, trasformandola in un prodotto da mettere sul mercato per un consumo specifico, anziché uno strumento di progresso collettivo». Il sistema, sempre più piegato agli interessi del mercato, vede anche l’intrusione diretta di grandi aziende private nei dipartimenti. «Le università pubbliche, soffocate dalla mancanza di fondi, cedono il passo agli interessi di colossi come Leonardo ed ENI, che orientano la ricerca secondo logiche di profitto. In questo modo, la libertà accademica è sacrificata sull’altare del mercato, e la conoscenza perde il suo ruolo di bene comune per diventare una merce».
Nonostante il malcontento diffuso, il sistema accademico frammenta le possibilità di resistenza. «L’isolamento e la competizione perenne impediscono la costruzione di un fronte comune. Chi protesta rischia di essere tagliato fuori da un sistema che premia l’obbedienza e l’autocensura». La chiave per invertire questa tendenza, sostiene Gargiulo, è la collettivizzazione del problema. «La precarietà non è solo una questione individuale: è un problema di classe, un dispositivo che divide e sfrutta, mantenendo pochi privilegiati al vertice e relegando gli altri a una lotta per la sopravvivenza. Bisogna collettivizzare questa rabbia, costruire un corpo collettivo in grado di alzare la voce e cambiare le cose». L’appello è chiaro: servono fondi pubblici per la ricerca, condizioni dignitose per chi lavora nelle università e una visione che restituisca all’università il ruolo di pilastro istruttivo, democratico e progressista. Finché il precariato sarà la norma, l’università resterà un luogo di disuguaglianze, lontano dal rappresentare quel motore di giustizia sociale che potrebbe essere.



















