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Nascere in un mondo governato dal caos: l’opera di Giuseppe Golino

Updated 2025/03/24 at 4:02 PM
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Nato a Maddaloni nel 1996 e residente a Marcianise, Giuseppe Golino è una gemma preziosa del nostro territorio. L’artista ha conseguito la laurea con pieni voti presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 2023. Il suo talento e la sua preparazione lo hanno portato a distinguersi in numerosi concorsi nazionali e internazionali, tra cui il Premio FIBRENUS, il Premio Ilaria Ciardi o la Biennale Internazionale di Incisione. Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo in merito alla sua opera Benvenuto al Mondo e, più in generale, in merito alla sua produzione artistica. 

“BENVENUTO AL MONDO” DI GIUSEPPE GOLINO

In questo suo ultimo lavoro, Golino adotta una visione più asettica rispetto ai suoi precedenti. L’opera è costruita attorno all’organizzazione delle masse, che si distribuiscono in modo tale da coincidere con l’interezza della tela; essa si divide infatti in due masse principali, separazione che rende evidente la diversità e la contrapposizione tra le due parti. La palette si sviluppa con accostamenti di colori caldi e freddi, utili a enfatizzare i contrasti di luce e ombra che realizzano una visione di interezza. Per Golino, il senso dell’opera è legato al concetto di nascita in un mondo governato dal caos, dove la paura convive con l’inevitabile impatto con la realtà: «venire al mondo secondo il regime di caos che lo governa. La mia opera è un’attenta analisi a quanto veloce corrano i tempi odierni e con quanta caparbietà ci si lanci nel vuoto senza conoscere le avversità che la vita ci riserva per il semplice gusto di sperimentazione». 

Emerge in maniera distinta la figura del bambino, simbolo di paura e sconforto, che lancia un grido disperato verso un altro giovane in caduta libera. «L’ignaro non è nient’altro che la simbologia dell’ignoto, che con un gesto tanto infantile, un tuffo a bomba, si lancia senza guardarsi indietro, senza remore o paure. Un po’ come le false speranze, tra barconi e morti in mare (il tuffo, appunto)». Il suo corpo, privo di colore e quasi pallido, sembra già consapevole del prossimo avvenire. L’opera riflette anche sull’importanza di raccontare ciò che le parole spesso non riescono a esprimere: «spesso nei miei lavori estrapolo questioni attuali, legate alla povertà, all’emancipazione sociale, all’incomprensione e allo smarrimento». 

L’ATTENZIONE PER IL FRUITORE 

Il fondo dell’opera di Giuseppe Golino, un grigio temperato con tonalità marroni, dona alla scena un’atmosfera ovattata, fuori dal tempo: «il fruitore è semplicemente bloccato in una scena che non vedrà mai fine, forse perché non ci saranno più speranze o forse perché è ciò da cui dovremmo partire per sorbire il cambiamento». È proprio nei riguardi del fruitore che Golino pone un’attenzione speciale, invitandolo ad un’interazione continua con la sua opera: «i miei soggetti sono spesso non identificati in persone esistenti, così che l’osservatore possa cimentarsi in un’interazione continua, personale. Ci si può sentire simili alla figurazione e riconoscervisi oppure estranei a quelle realtà ma curiosi del processo. Questa interazione è fondamentale per me». 

«Il riferimento immediato è la Trasfigurazione di Raffaello Sanzio, tra l’ascesa di Cristo e l’esorcizzazione e liberazione di un fanciullo ossesso». E così, mentre nella Trasfigurazione la liberazione del fanciullo avviene attraverso l’ascensione di Cristo, qui è il bambino a discendere, con l’intento di scuotere le menti e superare il finito trascendentale. In merito ai modelli del passato e, in maniera più ampia, alla Storia dell’Arte, Golino afferma: «probabilmente, senza conoscere i grandi del passato non avremmo modo di costruire il futuro. Il dialogo che cerco è una scarnificazione delle ideologie attuali attraverso le figurazioni del passato, che fanno sempre da copertina. L’idea permea nella mente, trova un suo svincolo ideativo e si struttura secondo i fondamenti direttamente proporzionali e proporzionati agli accademismi del passato. A partire da artisti come Caravaggio, Michelangelo, Raffaello, fino ai giorni nostri con Piero Manzoni, Koons o Cattelan, ognuno concepisce l’arte come dissacratoria, incriminatoria, destabilizzante o frustrante, ma la parola chiave resta il messaggio. L’arte è solo un veicolo e l’artista è mercenario ed imprenditore di sé stesso». 

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