Napoli e il Mezzogiorno sulle rotte della nuova via

Se dovessimo scegliere quale sia il più lampante canone identificativo della cultura cinese probabilmente non avremmo dubbi: la scrittura.

Infatti, gli ideogrammi cinesi caratterizzano la scrittura di quella parte del mondo orientale che fa capo alla Cina, ma addirittura anche al Giappone, poiché tutte quelle culture usano gli stessi simboli pur con variazioni di tipo fonetico. Un po’ come l’italiano che, pur usando lo stesso alfabeto e talvolta le stesse parole, si diversifica nei vari dialetti. Questa riflessione la giriamo a Mario Volpe, imprenditore, scrittore e giornalista che, proprio per l’attività imprenditoriale familiare, è un gran conoscitore della società cinese. Mari si occupa di commercio internazionale dal 1980 e nella sua carriera si è occupato, tra le tante cose, di sviluppo di software per gestionali aziendali e di scrittura, è nelle librerie il suo ultimo saggio “China Prosit”.

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Mario dopo tanti anni di commercio con la Cina, perché ci accorgiamo solo oggi che la Cina possa essere un pericolo per la nostra economia?

«La Cina è stata, e continua ad essere, una grande opportunità per chi riesce ad accordarsi con i suoi princìpi imprenditoriali, cosa che probabilmente non sono riusciti a fare molti piccoli imprenditori che percepiscono la Cina come un pericolo.
Credo che il vero pericolo per la nostra economia sia l’incapacità del nostro Paese, non tanto di attrarre investimenti stranieri, ma quella di mantenerli a lungo termine sul territorio».

Di recente si parla della Nuova Via della Seta, delle opportunità che essa potrebbe informareonline-napoli-e-il-mezzogiorno-1rappresentare per la nostra economia. Cosa c’è di vero secondo te?

«Mi piace pensare alla Nuova Via della Seta come ad un concetto d’integrazione globale e culturale, più che ad una via fisica sulla quale si spostano soltanto delle merci. Credo che solo in questi termini l’interscambio economico con la Cina potrebbe rendere ampio beneficio anche alle nostre imprese, che attualmente sono penalizzate nell’esportazione».

Ormai troviamo negozi cinesi in ogni città, in ogni angolo di strada ed assistiamo alla continua chiusura delle nostre botteghe di quartiere. Tu pensi che la responsabilità sia di possibili privilegi concessi agli investitori stranieri, a discapito delle nostre piccole e medie imprese di famiglia?

«Assolutamente no, anche i nostri imprenditori possono accedere a facilitazioni fiscali studiate per sostenere le aziende nazionali. La continua proliferazione e crescita delle attività cinesi dipende, a mio avviso, principalmente da due fattori. Il primo è il fattore umano: gli imprenditori cinesi sono dediti anima e corpo alla loro attività e la percepiscono un tutt’uno con la loro vita. Il secondo è la grande disponibilità di liquidità di cui dispongono le aziende cinesi. Ciò avviene sia tramite l’intervento delle loro banche, sia con una sorta di micro-investimenti provenienti dalle famiglie cinesi in patria che sostengono le attività d’oltremare aspettandosi una partecipazione agli utili».

L’argomento Cina è ricorrente nei tuoi libri, perlopiù romanzi, come “L’anno del dragone” ed “Huiko”. Di recente, però, i lettori ti hanno conosciuto per un saggio informativo “China Prosit”. Vuoi raccontarci brevemente da dove proviene questa tua vena per la Cina e quali sono le differenze tra questi tre libri?

«La mia vena per la Cina affonda le sue origini nelle precedenti generazioni della mia famiglia, che si è da sempre dedicata ad attività commerciali con l’Oriente. Io stesso viaggio di frequente verso quelle terre per motivi di lavoro, fondendo le mie esperienze in Cina con la passione per la scrittura. Così sono nati questi tre libri: “L’anno del Dragone”, che è una raccolta di aneddoti che gravitano intorno alle esperienze professionali della mia famiglia in Cina; “Huiko”, che è un romanzo che racconta di un viaggio mistico nelle lontane terre d’Asia. Infine, c’è “China Prosit”, che è un saggio informativo che tenta di fare luce sulle origini dell’attuale presenza economica della Cina nel nostro Paese».

La tua attività di divulgatore trova spazio anche sulle pagine della rivista l’Espresso Napoletano e sul tuo Blog. Cosa ti aspetti da questi tuoi impegni letterari e come è possibile conciliare il lavoro d’imprenditore con quello della scrittura?

«Conciliare l’opera costante di scrittura con il lavoro d’imprenditore è particolarmente difficile, se non altro per la tirannia del tempo. Ma credo che, quando le cose si fanno con passione, si è disposti ad accettare qualche sacrificio, anche in ragione del mio desiderio di raccontare aspetti della nostra vita. Come la questione Cina, ad esempio, per cui siamo ancora agganciati a falsi miti o stereotipi inconciliabili in una società informatizzata e globalizzata».

Prima di salutarci la domanda di rito da formulare in ogni intervista che si rispetti; progetti per il futuro?

«Per chi lavora nel mondo dell’impresa e si adopera per la scrittura, i progetti in cantiere sono molti, come l’uscita di un prossimo romanzo che proietta una storia divertente e drammatica sullo sfondo di una Cina in rapido cambiamento».

 

di Bruno Marfè

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°201 – GENNAIO 2020

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