Il 6 gennaio 2026 è tornato alla casa del Padre il Vescovo emerito di Caserta, Mons. Raffaele Nogaro. Ai nostri lettori vogliamo ricordare la sua missione, soprattutto durante l’esperienza terrena a Caserta. Nogaro nacque alla fine del 1933 a Gradisca di Sedegliano, in Friuli, dove la fede parlava senza bisogno di parole, attraverso il lavoro, la dignità e il rispetto. Qui cresce un ragazzo inquieto, attratto più dalle persone che dalle strutture, sensibile alla giustizia più che all’ordine. La sua vocazione non è lineare: attraversa una crisi profonda, lascia il seminario, torna. È in quel dubbio, attraversato fino in fondo, che sceglie il sacerdozio come servizio, non come ruolo. Ordinato nel 1958, Nogaro diventa educatore e insegnante, ma non perde mai il desiderio della strada, della parrocchia, della gente vera.
L’ARRIVO A CASERTA
Quando arriva a Sessa Aurunca e poi a Caserta, resta un vescovo con l’odore della vita addosso, più incline alla piazza che al palazzo. A Caserta, il suo ministero prende presto un tono netto e coraggioso: non si limita a parole di condanna, ma smaschera la camorra come sistema culturale prima ancora che criminale, denunciandone le connivenze sociali, politiche ed economiche. Difende pubblicamente la memoria di don Giuseppe Diana, celebrando nel 1997 una messa nella sua parrocchia di Casal di Principe quando ancora aleggiavano calunnie e paura. Sostiene marce per la pace, il Comitato “Città di Pace” e, più tardi, l’impegno con Libera, di cui diventerà presidente onorario a Caserta. Nogaro è ricordato anche per le battaglie contro lo sfruttamento delle cave e per la tutela del Macrico, il polmone verde della città. Accanto alla lotta per la legalità, Nogaro fa dell’accoglienza degli immigrati una scelta evangelica e politica insieme. Da membro della Commissione Episcopale per le Migrazioni, rafforza la Caritas e nel 1997 dà vita alla “Tenda di Abramo”, uno spazio concreto di ospitalità e integrazione per stranieri e rifugiati. Condivideva fino in fondo le lotte delle persone che incontrava: dormiva accanto agli operai che occupavano le fabbriche per difendere il lavoro, sosteneva i cittadini di Sessa Aurunca nella battaglia per un ospedale, apriva case di accoglienza per migranti e rafforzava reti di ospitalità concrete, come Casa Rut, nata per offrire protezione alle donne costrette alla prostituzione. La sua eredità non è nei premi né nei riconoscimenti, ma in un popolo che ha imparato a non abbassare la testa. È l’idea di una Chiesa povera e libera, capace di compassione e coraggio, che cammina con l’uomo e non sopra di lui, una Chiesa che non teme di sporcarsi le mani pur di rimanere fedele al Vangelo.
I COMMENTI
«Ho conosciuto personalmente il vescovo emerito di Caserta all’inizio del 2020. Essendo cresciuto a Castel Volturno, ovviamente avevo conosciuto il suo operato molto prima, ma non ero mai riuscito ad incontrarlo. Da allora, ho potuto trascorrere con lui circa mezz’ora ogni mese, perché seguiva con grande attenzione e affetto i ragazzi della redazione di Informare e, in funzione del tempo disponibile, lo informavo delle attività e gli leggevo spezzoni degli articoli più importanti. Una sola volta gli ho dato un dispiacere. Più volte aveva espresso la volontà di devolvere un contributo per l’Associazione Officina Volturno, ma io avevo sempre gentilmente tergiversato. Un giorno mi fece trovare un assegno già firmato e mi impose di prenderlo. Tornato in redazione, ne parlai con i ragazzi e decidemmo di farne una copia, incorniciarlo, ma restituirlo, cosa che feci qualche giorno dopo. Ad ottobre dell’anno scorso, nostro ultimo incontro, ancora una volta mi chiese se avessimo avuto bisogno di un aiuto e io gli chiesi, come sempre, che il suo grande aiuto, per me il più importante, era che pregasse per noi. E lui, sorridendomi, mi rispose che lo faceva già da tempo. Porterò sempre con me i suoi tanti insegnamenti, ma nel prossimo futuro sentirò sicuramente la mancanza dei nostri incontri».
di Angelo Morlando, Fondatore Associazione Officina Volturno
«Caserta ha perso un padre, un pastore e un profeta. È stato per decennila voce di chi non ha voce, un testimone instancabile del Vangelo della carità e della giustizia. Ha amato questa terra con tutto sé stesso, lottando contro ogni forma di illegalità e accogliendo con cuore aperto ogni persona, senza distinzioni. La sua eredità spirituale rimarrà un faro per la nostra Diocesi e per l’intera società civile».
di Mons. Pietro Lagnese – Vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua
«Quando entravo a casa di Mons. Nogaro, oltre che i consueti giornali, dovevo portarmi dietro delle corde vocali ben allenate ed una borsa di Mary Poppins. Le prime mi occorrevano perché Padre Nogaro quando vedeva un giovane diventava curiosissimo: dalla scuola alle passioni fino alle opinioni sulla società. A causa della mia età non l’ho mai vissuto come Vescovo, ma solo come uomo. Padre Nogaro mi ha ascoltato e non lo ha fatto come fanno “I grandi”, che ti chiedono cose solo per restituirti la loro opinione, sempre migliore della tua. Padre Nogaro mi ascoltava per conoscere le mie idee, come un appassionato di musica ascolta un assolo di violino. Era innamorato dei giovani, in tutte le nostre più buffe sfaccettature. E la borsa Mary Poppins? Dopo ogni chiacchierata, mi metteva nelle sacche una 60ina di caramelle. Te ne andavi con il cuore pieno di gioia e le tasche piene di caramelle.
di Antonio Casaccio – Direttore Responsabile Magazine Informare
«È stato un grande amico. Andavo spesso a trovarlo e lui, con una fiducia rara, si confidava anche con me. È stato un vero padre. Ma soprattutto, con lui non mi sono mai sentito guidato dall’alto. Ciò che più mi colpiva di Nogaro era il suo impegno concreto.Non si limitava a dire le cose giuste: le faceva. E soprattutto, era presente. Penso, ad esempio, alla lunga e durissi malotta contro il ciclo illegale dei rifiuti. Nogaro c’era. Ho passato notti intere con lui alla discarica di Lo Uttaro. Non come osservatore distante, ma come uomo che sceglie di stare accanto a chi lotta, a chi resiste, a chi paga sulla propria pelle. Diceva spesso di sentirsi a disagio nei “palazzi”, nei parlamenti, nei luoghi del potere. Era, nel senso più vero, un uomo di strada. Amava la gente così com’è, senza filtri. E proprio per questo ha capito prima e meglio di molti la camorra a Caserta. Caserta non è una città facile. Lui l’ha affrontata senza illusioni, e per questo è stato anche uno dei vescovi più colpiti, più ostacolati. Ma non ha mai arretrato. Lo stesso vale perla difesa dei migranti. Quanto ha lottato. Ricordo bene quando, insieme a lui e a don Peppe Diana, ci incatenammo per protestare contro alcune disposizioni della prefettura. Nogaro non solo appoggiò quell’azione, ma passò le giornate accanto a noi. Mi fu particolarmente vicino nel periodo della vicenda dei cosiddetti “Martiri di Nassiriya”. Ebbe il coraggio di dire apertamente ciò che molti sapevano ma nessuno osava affermare: che non si trattava di martirio, che dietro quella presenza militare c’erano interessi precisi, legati anche al petrolio. Bastava, diceva, che i giornalisti avessero girato le telecamere dall’altra parte delluogo dell’attentato per rendersene conto».
di Padre Alex Zanotelli – Missionario comboniano, attivista, pacifista
di Gianrenzo Orbassano e Gianmario Ricciardi



















