Michela Andreozzi: “La macchina del teatro è molto fragile”

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Intervista a Michela Andreozzi

Michela Andreozzi può essere considerata un’artista a tutto tondo, spazia dal cinema alla scrittura in un mix continuo di fantasia e voglia di regalare emozioni. Laureata in Lettere e Filosofia alla Sapienza è oggi un volto affermato dello spettacolo italiano, con una carriera fatta di collaborazioni con registi del calibro di Carlo Vanzina, Leonardo Pieraccioni e Paolo Genovese.

Attrice, comica e scrittrice, ma anche regista e conduttrice radiofonica, quale dei profili sente più suo?

«Nessuno, io agisco spinta dalla curiosità e qualche volta dalla noia, quindi ho bisogno di declinarmi in versioni diverse dello stesso mestiere, che è quello fondamentalmente di osservare il genere umano e raccontarlo. Quindi a volte lo interpreto, a volte lo scrivo, a volte lo dirigo, non riesco a vedere gli aspetti del mio mestiere. Come esiste l’operatore ecologico, io faccio l’operatore dello spettacolo».

Tante le collaborazioni nel mondo dello spettacolo, ce n’è una che l’ha particolarmente segnata?

«Delle tante collaborazioni sceglierne una è difficile. Sono molto grata a Gianni Boncompagni, con cui ho lavorato per 9 anni della mia gioventù. Mentre studiavo, mi ha insegnato il valore dell’impegno, così come lo ha insegnato a tutte le persone che hanno lavorato con lui. Era un uomo molto spiritoso, un po’ cinico ma sempre allegro, con un carattere deciso, un uomo che azzardava nella vita, proponeva, è stato un innovatore, un coraggioso e questa forma di coraggio direi che mi è abbastanza rimasta attaccata addosso, per tutto questo ti direi assolutamente Boncompagni».

Cosa si prova dietro le quinte di uno spettacolo, negli istanti in cui ci si prepara ad entrare in scena?

«Cosa si prova alla prima fondamentalmente, quando tu stai per debuttare con una cosa nuova, ti domandi che reazione avrà il pubblico al tuo progetto, alla tua proposta. Adesso sto girando più o meno con due spettacoli, uno si chiama “A letto dopo Carosello” che faccio da 11 anni ed è un monologo sulla storia della televisione, molto divertente e molto romantico; l’altro si chiama “Figlie di Eva”, con Maria Grazia Cucinotta e Vittoria Belvedere, e che gira ormai da quasi 3 anni. Direi che, dopo tanto tempo, quello che tu provi è quel po’ di emozione dietro le quinte, ti fai la domanda se sarai in forma, se riuscirai a offrire al pubblico quello che merita, ti chiedi quanti saranno, dove rideranno, se lo spettacolo piacerà. Diciamo che la grossa emozione è quella dei primi giorni, poi diventa un’emozione che ti accompagna».

In epoca di digitalizzazione, ma anche di distanziamento sociale, può effettivamente esistere una produzione televisiva o teatrale privata del pubblico in sala?

«Una produzione televisiva privata del pubblico in sala esiste ormai da mesi e si è dimostrato che può esistere e come, una produzione teatrale senza pubblico, no. Il teatro è il più fragile degli aspetti del nostro lavoro, senza pubblico non esiste per me. Il teatro digitale non è teatro, è un altro aspetto del nostro mondo insomma, un’altra manifestazione di spettacolo».

Abbiamo assistito in questi giorni a diverse manifestazioni da parte dei professionisti dello spettacolo: in cosa non vi sentite tutelati e cosa servirebbe per riattivare effettivamente tutta la macchina?

«La macchina del cinema si è assolutamente riavviata, la macchina del teatro è molto fragile. Intanto bisogna che esista un registro pubblico, perché possano essere tutelati gli attori professionisti che hanno anche evidentemente diritti e doveri, ma anche appunto bisogno di sostegno nel momento in cui non possono lavorare per determinati motivi. Per quanto riguarda il teatro, ci vuole un supporto, non per i teatri stabili, ma per chi ci lavora per le persone, c’è un mondo di attori e maestranze all’interno dei teatri».

di Simone Cerciello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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