Francis Ford Coppola torna dopo 13 anni al cinema con Megalopolis, uno dei film più controversi e discussi degli ultimi anni. Un progetto che è nella mente del regista statunitense da 45 anni, il cui risultato non è semplice da analizzare. L’assioma fondamentale da cui è d’uopo partire, però, è che, aldilà della qualità del prodotto, ci troviamo davanti ad un’opera che mai come nessun’altra negli ultimi anni vale la pena di essere guardata.
Megalopolis: la travagliata storia del film
Per parlare di Megalopolis sarebbero necessarie circa 68 premesse sulla genesi di questo folle progetto che Coppola ha iniziato a scrivere durante le riprese di Apocalypse Now. Le premesse d’obbligo coincidono con i motivi per cui ci abbiamo messo così tanto a vedere quel progetto sullo schermo di una sala.
Ad Hollywood, infatti, nessuno ha mai voluto finanziare il film, ritenuto “invendibile”. Poco importa se a chiedere di realizzarlo era uno dei registi più importanti della storia, il sistema cinematografico americano non si è fatto scrupoli a sbattere la porta in faccia all’autore de Il Padrino. E allora Coppola ha ben deciso di autofinanziarselo, sborsando 120 milioni di tasca propria, e sfidando l’intero sistema prima citato. A seguito di un’altra odissea per trovare chi a quel punto lo distribuisse, il film viene presentato a Cannes ed arriva nelle sale questo ottobre.
Da segnalare in primis i fischi -in mezzo agli applausi- alla proiezione a Cannes, secondo alcune voci arrivati dalla zona dei giornalisti americani – lungi dall’insinuare che fossero lì apposta per farlo, sebbene sia facile pensarlo; e anche le critiche spietate e le valutazioni nei maggiori siti di recensioni che hanno registrato uno dei punteggi più bassi della storia. A quanto pare, all’America non è proprio andata giù l’idea che un artista, e un uomo, potesse fare di testa propria.
Megalopolis non si può spiegare
Perché chi scrive dietro questa tastiera sta montando tutta questa lagna se già il titolo stesso dell’articolo suggerisce che questo film è irrecensibile?
Perché Megalopolis di Coppola è un film di cui bisogna parlare proprio per questo. È un film completamente folle, onirico, gargantuesco, probabilmente troppo, che Coppola stesso definisce all’interno del film “senza capo né coda”. Megalopolis è un atto di sfida alla razionalità, alla logicità abituale, custode ottusa di antiche tradizioni, come lo è Cicerone nel film, e come lo è il sistema cinematografico attuale. Coppola, come Catilina nella storia, prende qualsiasi convenzione razionale per sputarle addosso una creatività indigeribile, e qualsiasi corollario della logica che muove il mondo per ridicolizzarlo. Lo Star System, la lotta alla ricchezza, la ricerca del potere, la sussistenza stessa del potere, logorante e tedioso, e il misoneismo intrinseco dell’essere umano.
Niente e nessuno, né questo o altri articoli che troverete online né qualsiasi opinione vi facciate dare dagli amici che hanno visto il film, potrà suggerirvi come reagirete alla visione di quest’ultimo. Potreste uscire dalla sala a metà proiezione, come alcune persone hanno fatto durante la mia esperienza, o potreste, come il sottoscritto, non avere più voglia di tornare al mondo reale dopo aver vissuto un’esperienza di quel calibro in un mondo che vi appartiene più di quello in cui vivete.
Questa netta divisione parte in primis dal reparto tecnico, che merita un approfondimento.
L’arte di Francis Ford Coppola
Va detto che Coppola riempie l’inquadratura come nessun altro. Ciascun secondo del film meriterebbe di essere stoppato col potere del protagonista per poter apprezzare ogni minimo dettaglio della messa in scena. Ma noi non abbiamo lo stesso potere di Adam Driver, il potere che ha lo stesso Coppola, di vedere cose che gli altri non vedono, di guardare un mondo filtrato da immagini e sensazioni che vanno aldilà delle leggi della realtà. E la follia del mondo immaginifico creato dal regista sembra prendersi gioco proprio dell’inettitudine dell’uomo medio, incapace secondo lui di comprendere.
L’uso che viene poi fatto della fotografia basterebbe a spiegare il senso del film. Dai colori caldissimi delle parti più sfarzose e opulente di New Rome, alla freddezza dei quartieri malfamati, con una contrapposizione che sembra ricalcare quella di molti paesi odierni in via di sviluppo, che racchiudono la ricchezza della società in uno spazio minimo circondato da povertà e criminalità, nascosta il più possibile dall’evoluzione capitalista.
Nella pellicola, l’incontro di queste due realtà crea una delle sequenze più incredibili del cinema recente. E parlando di sequenze, Coppola regala delle inquadrature che meriterebbero di essere viste per ore intere, ma che spesso il regista non dà la soddisfazione di mirare per più di 2 secondi, quasi come un atto di sfida – quale è il film – come per dire “l’estro e il talento sono i miei, e ci faccio ciò che voglio”.
La direzione degli attori segue lo schema del film, e cioè non segue alcuno schema. Chi se la cava meglio infatti è Shia Labeouf, che sguazza libero in questo spartito fatto di eccesso, proselitismo e sensualità, che anche in questo caso crea divisione. La maggior parte degli spettatori valuta la recitazione degli attori come una perfomance trash che si sposa – in senso dispregiativo – appieno con lo stile kitsch del film.
Il cinema che torna alla sua vera natura
Il punto di tutta questa confusione, inevitabile se si parla di un film che di ordinato non ha niente, è che la natura divisiva di Megalopolis è in realtà la sua perla più preziosa. L’autore cerca di dirlo in ogni modo, spiegando che l’utopia parte da una conversazione, che la messa in discussione è fondamentale per l’evoluzione reale, per fermarsi e chiedersi se la direzione in cui si sta andando sia quella giusta, per poi ricominciare a camminare. E in questo, non si può dire che il film non riesca a centrare l’obiettivo. A fine proiezione, ogni gruppo di persone era impegnato, seduti fuori al cinema, alla discussione del film, tra chi lo aveva amato e chi odiato, come non si vedeva – almeno per quanto riguarda le esperienze del sottoscritto – da tantissimo tempo.
E allora, se l’effetto che fa questo film è quello di mettersi a tavolino e discutere di cinema, di arte, di storie, in un’epoca come questa, bisogna solo ringraziare uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Se grazie a questa pellicola il popolo riacquisisce il diritto di parlare di arte e cultura, liberandosi – almeno in piccolo e almeno per un attimo – dalla decadenza a cui è costretto, come vuole Catilina e come vuole Coppola, vuol dire che il film ha già vinto. Parlatene come un capolavoro, parlatene come una ciofeca, va benissimo così. A prescindere da ciò, però, non si può negare al film una cosa: il fatto che sia un’opera d’arte, a prescindere che sia bella o brutta. Perché sfidare così tanto il concetto di arte stessa, nel tentativo di elevarlo e rinnovarlo, vuol dire di per sé creare un’opera artistica.
Se siete degli idealisti, dei sognatori, probabilmente amerete questo film in maniera viscerale. Se siete figli della nostra era, allora seguirete la via dettata dal sistema, e anche la via che porta all’uscita della sala. Ma questa è solo un’opinione, e dinanzi alla complessità di quest’opera vale il giusto.



















