«Scrivo da dieci anni. La poesia mi aiuta, è un’esigenza fisica e mentale senza la quale non riuscirei a stare”. Si descrive con queste parole Maria Grazia Nappa. Nata a Caserta nel 1985, a poco più di vent’anni inizia a scrivere poesie per comunicare laddove sembrava impossibile esprimere a parole le emozioni. Un’esigenza vitale, senza la quale non sarebbe riuscita a instaurare un rapporto prima di tutto con se stessa. La sua prima raccolta poetica, Le brutture dei cuori scalzi, contenente quaranta poesie, può essere considerata un percorso intimista e terapeutico. I versi contemporanei inducono il lettore alla comprensione di un’anima viscerale, a tratti avvilita dalle sue stesse contraddizioni. Una poesia autentica che collega le rappresentazioni mentali a flussi istintivi di parole.

Quando hai iniziato a comporre poesie?

«All’epoca frequentavo il primo anno dell’università. Un giorno, per caso, incrociai lo sguardo di un ragazzo, il quale, dopo poco tempo, si avvicinò a me sussurrandomi all’orecchio: “Leggi questa poesia che ho scritto per te”. Quell’incontro mi destabilizzò. La nostra relazione si rivelò da subito tragicomica, costantemente senza certezze. Tutte le volte che spariva nel nulla mi sentivo tremendamente abbandonata. Le volte in cui ripiombava nella mia vita, invece, dimenticavo tutto. Se ci ripenso, provo tenerezza. Una sera, mentre piangevo, iniziai a scrivere, continuai per tutta la notte. Ingenuamente speravo che forse avrei potuto comunicare davvero solo in quel modo. Ogni settimana gli spedivo all’indirizzo di casa tutte le poesie che scrivevo. Non me lo hai mai detto esplicitamente ma sono sempre stata convinta che lui le disprezzasse. Forse, se ci penso davvero, la poesia per me è soprattutto terapia».

Ti ispiri a qualche autore in particolare?

«Come dico sempre, molti autori hanno ispirato la mia vita, ma nessuno ha mai ispirato la mia poetica. Ho iniziato a leggere Bukowski a 18 anni. Tutti pensavano fossi pazza. Adesso sei pazzo se non apprezzi Bukowski. Comunque, a casa, ogni tanto, dalla libreria di mio padre, prendevo un libro a caso e lo leggevo. Devo a lui la scoperta degli autori più assurdi che abbia mai letto. Primo fra tutti: Sadegh Hedayat. I suoi libri mi hanno cambiato la vita. Se, invece, prendiamo in considerazione i poeti… che dirti. Mi vengono subito in mente Dino Campana e Majakovskij. Ora come ora, sono ossessionata da Esénin».

Nella tua ultima raccolta poetica, quale è stato il criterio di selezione dei componimenti?

«Nella raccolta “Le brutture dei cuori scalzi”, tutte le poesie sono state selezionate in base allo stato d’animo che avevo mentre le scrivevo. Ricordo ogni cosa. Ogni poesia è sangue per me. Sinceramente, non lo so se ciò che scrivo possa interessare a molti. Credo di no, ma posso giurarti di aver raccontato la verità senza vergogna. La poesia o è poesia oppure è altro, semplicemente. A volte si fa molta di confusione».

 

Amarti nella fine

Taci se non ricordi il mio nome.
Inventatene tanti nei tuoi sogni,
Ma taci.
Rinnegherai una donna tanto acerba
Poco rivoluzionaria,
Di cui ti servirai
Per dare una forma alle ombre
Che rincorrono
Tutti coloro che se ne vanno.
Vedi,
Senza immaginazione sarei spietata,
Una donna dalle mille occasioni.
Ma io sono nata terra arida
E solo la mente può salvarmi
Dalle intuizioni di un cuore
Continuamente sospeso.
Abbi fiducia

E lasciami altrove.
Seduta a parlare con gli angeli
In questa stanza che tutto ricorda di me.
Abbandonami senza rimpianto.
Cuciti addosso i tuoi alibi innocenti.
Non tornare.
Non temere.
So nascondermi più degli altri.
Ho la poesia che mi protegge
Senza esitare.
E tutta quella forza
Che mai mi attribuiresti,
All’improvviso
M’incendia in un istante,
E la primavera mi sveglia
Dall’incubo di una passione
Che dell’amore ne riconosce
Solo la fine.

di Teresa Lanna

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