Negli ultimi mesi la Turchia sta cambiando la propria strategia in Medio Oriente, alterando gli equilibri che si erano formati dopo le Primavere arabe e la successiva guerra allo Stato Islamico (ISIS); l’obiettivo sembra essere quello di riprendere la lotta all’indipendentismo curdo, finora dimostratasi fallimentare.
IL POPOLO CURDO
Il popolo curdo, con i suoi 25-30 milioni di componenti, costituisce una delle principali minoranze del Medio Oriente e, fin dalla fondazione degli Stati successori dell’Impero Ottomano, cerca il riconoscimento di un proprio Paese indipendente a cavallo dei confini di Turchia, Siria, Iraq e Iran. D’altro canto, la Turchia è sempre stata ostile a qualunque tentativo d’indipendenza curda, che rischierebbe di privarla di un’ampia regione del proprio territorio ricca di acqua (da lì nascono i grandi fiumi Tigri ed Eufrate) e strategica per esercitare influenza sui Paesi confinanti. Lo sforzo colossale del popolo curdo nella lotta all’ISIS dal 2014 e l’indebolimento di Siria ed Iraq ha permesso di costruire, dal 2014, un’ampia area autonoma curda a cavallo dei due Paesi: un territorio da cui potrebbe partire un’effettiva indipendenza e che la Turchia cerca di distruggere.
PACE E GUERRA
La Turchia sembra voler cambiare strategia. Grazie ad una serie di incontri diplomatici con funzionari siriani e sauditi, il Paese ha aperto ad una normalizzazione dei rapporti diplomatici propri e della Lega Araba con la Siria, dopo che per anni questi avevano sostenuto l’opposizione al governo di Bashar Al-Assad. Per quanto riguarda l’Iraq, la Turchia ha promesso miliardi di dollari per una strada che colleghi Ankara a Baghdad, facilitando gli scambi, ma anche il controllo dello Stato iracheno sulle regioni autonome del Nord, controllate dai curdi. Una strategia che sembra mirata a riportare questi due Paesi ad un attivo stato di ostilità nei confronti dei curdi, dopo gli anni delle alleanze di comodo che questi avevano costruito contro la minaccia dell’ISIS.
L’INTERVISTA
Per capire meglio cosa sta succedendo in questa porzione di Medio Oriente abbiamo parlato con Valentina Rita Scotti, docente alla European Law and Governance School e autrice del libro “La Turchia di Erdoğan”.
Quali sono gli obiettivi di Erdoğan in questo momento? Sta cambiando strategia rispetto al passato?
«Erdoğan vuole stabilizzare un fronte caldo per guadagnare nuovamente consensi a livello interno. È in quest’ottica che si devono leggere i tentativi di rinverdire i rapporti, un tempo particolarmente amichevoli, anche a livello personale, con la Siria di Assad e di rilanciare le relazioni con l’Iraq. A mio avviso non si tratta di un cambiamento di strategia, ma del tentativo di dare priorità alla sicurezza interna (penso agli attentati del PKK) e di ridurre i flussi di migranti, che hanno rappresentato un importante elemento di dibattito nelle ultime elezioni».
Crede che quello che stiamo vedendo possa essere definito un cambio degli equilibri di potere?
«Valutando ogni evento nella corretta prospettiva storica si coglie come alleanze e cambi di fronte siano tutt’altro che rari e come questi abbiano origine nell’incertezza con cui si affrontò il problema delle nazionalità e delle minoranze alla fine della Prima Guerra Mondiale. Da lì in poi, Turchia, Siria ed Iraq hanno avuto un approccio securitario alla gestione delle minoranze etniche».
Come pensa si porranno le potenze regionali e mondiali rispetto alla questione?
«Credo che i principali player internazionali resteranno a guardare e, silenziosamente, continueranno a tutelare i propri interessi. La Turchia è una potenza regionale dalla cui azione l’Unione europea non può più prescindere in molti contesti, a cominciare da quello ucraino, ma senza dimenticare le questioni ancora aperte in Libia, ad esempio. Gli Stati Uniti sono impegnati in una delle più complesse campagne elettorali della loro storia e credo che torneranno ad interessarsi agli sviluppi mediorientali solo tra molti mesi, secondo la visione politica di chi vincerà. Le recenti evoluzioni, infine, non credo che possano dispiacere a Putin, che ha sempre tentato di preservare il potere di Assad e che sembra continuare a ritenere Erdoğan un affidabile negoziatore nelle più spinose questioni dell’area».



















