È successo tutto in poche notti. Dalla Rivoluzione mancata di Maurizio Sarri ad un’evoluzione societaria, economica e d’immagine con Carlo Ancelotti. Non è bastata la bellezza per portare a termine l’assalto ad un Palazzo ancora troppo potente da saccheggiare. Lo Scudetto quest’anno sembrava davvero alla portata del Napoli e di una piazza che non ha mai smesso di sognarlo. Le coppe sono invece le grandi recriminazioni di un triennio sarrista durante il quale non hanno mai avuto un peso specifico importante nei piani della società. E Ancelotti sembra l’uomo più adatto per ritrovare la bussola anche in Europa. Due allenatori diversi, nati entrambi nel ’59 e divisi solo da 5 mesi e 20 trofei che pesano sul piatto della bilancia di Ancelotti. È pur vero che a Napoli non si può vivere di cinismo né tantomeno giudicare un allenatore esclusivamente dal numero dei trofei vinti nel corso di un ciclo. Sarri è forse stato l’allenatore più vicino alla tifoseria, l’uomo che si è mescolato ai dolori, alle sofferenze e alle speranze, dentro e fuori dal campo, di un popolo che lo ha amato per la sua umanità, empatia e perché mai si è lasciato coinvolgere da un imborghesimento nei modi, nel linguaggio e nel modo di vivere una stagione. Sarri ha ridato un senso al valore della bellezza tattica, mettendo in discussione l’ossessione accecante di una vittoria che si ottiene alzando un trofeo o cucendo un simbolo in più sulla maglietta. Sarri ha innescato un paradosso per il quale non si gioca solo per vincere, lo si fa anche per emozionare. È un controsenso nel mondo del calcio, sempre più governato dal denaro e dal prestigio che si acquisisce con la vittoria. Eppure Napoli non dimenticherà Sarri così come Sarri non dimenticherà la squadra che ha reso e lo ha reso grande. Il “Comandante” ha rimesso insieme i cocci di un gruppo che nell’ultimo campionato con in panchina Rafa Benitez subì 54 gol. Una coppa Italia o una Supercoppa non rendono intoccabile un allenatore, così come non bastano nemmeno il bel gioco e purtroppo 91 punti.

Ed è qui che entra in scena il nome “Ancelotti”, l’analgesico perfetto che immediatamente ha contrastato i malumori di una piazza che non poteva accontentarsi di nomi come quello Giampaolo o Semplici che non avrebbero mai colmato l’addio di Sarri. Ancelotti ha un curriculum tale da non far rimpiangere nessuno, è il giusto nome dopo stagioni di grande bellezza ed una bacheca ancora troppo vuota. Cosa potrà dare lui in più al suo predecessore? Sicuramente immagine e consapevolezza: la presentazione in quattro lingue non è roba da poco per una società che da 10 anni gioca in Europa, e la fiducia che trasmette la storia di un uomo che ha vinto tutto ovunque abbia lavorato. Ancelotti nel suo sito ufficiale in sei righe di presentazione nomina tre volte la parola “scudetto”. Insomma, la mission del mister è chiara e quel sogno nel cuore dei napoletani deve presto diventare realtà. Chi esce a spalle larghe da questo incrocio di addii e nuova era è senza dubbio il presidente Aurelio De Laurentiis, che fa scacco matto nel modo più inaspettato. E si presume che l’arrivo di Ancelotti coincida con l’acquisto di calciatori di un certo livello. Il suo rapporto con Sarri s’era incrinato da qualche mese a questa parte e, da imprenditore lungimirante, De Laurentiis aveva già pronto l’asso nella manica che non t’aspetti. L’orgoglio della piazza è una sua vittoria nonostante venga contestato ad ogni partita, etichettato da sempre come “Pappone”, fischiato dalle curve: è stato in grado intanto di assumere Ancelotti ed elevare l’entusiasmo di Napoli più di quanto faccia male il dolore dell’addio con Sarri.

Al centro del progetto Napoli ci sono dei pilastri intoccabili. Fino a poco fa ce n’erano due per fedeltà alla maglia: Hamsik e Insigne. Pare che lo slovacco però abbia delle lusinghe economiche allettanti dalla Cina che sta valutando dopo 12 anni di Napoli. E quindi per ora come centro di gravità rimane Lorenzo Insigne, l’insostituibile pedina per chiunque passi sulla panchina azzurra. È lui il simbolo della squadra, l’unico napoletano titolare (l’altro è Sepe, secondo portiere e con un piede in partenza) e punto di riferimento anche della nuova Nazionale di Mancini. È lui l’uomo che non può essere messo in discussione, il calciatore italiano con più talento, la bocca di Napoli che in grado di comprendere meglio gli stati d’animo di una piazza e trasportarli sulle sue spalle in giro per l’Italia e per l’Europa. È lui il capitano che verrà, il tifoso che ce l’ha fatta ad indossare la sua maglia del cuore, il valore aggiunto di un Napoli che proverà a non perdere la bellezza, stavolta però nel segno della vittoria.

di Fabio Corsaro
Foto di Carmine Colurcio

Tratto da Informare n° 182 Giugno 2018

Print Friendly, PDF & Email