L’odore della musica blues che non scompare

Gianrenzo Orbassano 28/11/2023
Updated 2023/11/28 at 10:30 AM
16 Minuti per la lettura

Giuseppe Di Lucca, meglio noto come Peppe O’ Blues lo conobbi grazie al Marcianise Blues Festival di Marcianise, l’estate scorsa. Venne come ospite della manifestazione invitato dal direttore artistico Agostino Grillo. Fu un piacere conoscerlo e scambiare lunghe riflessioni con lui. Quindi, data la mia curiosità sul tema della musica blues e sui personaggi che hanno fatto leggendario questo genere musicale, proposi a Peppe di scambiare due parole e far leggere a tutti di questo nostro incontro. La divulgazione della sua prospettiva, mi auguro possa farvi respirare l’odore del blues.

Intervista a Peppe O’ Blues: l’incontro con i grandi bluesman

La musica gli ha permesso di conoscere tante persone e di suonare nei Festival Blues e nei locali di mezzo mondo. Posso dire che la musica è la sua vita, oggi la insegna a coloro che vogliono perfezionarsi, attraverso lezioni individuali e seminari. La suona nei concerti e nelle sue diverse collaborazioni, la scrive e la produce. A casa sua, mi fece vedere le fotografie scattate insieme ai grandi musicisti americani della scena blues: Buddy Miles e B.B. King su tutti. Peppe ha una collezione di chitarre da far invidia. Suona per me e prendiamo un caffè. Io lo ascolto come un bambino sognante.

Cosa ti ha impressionato di Buddy Miles?

«Buddy Miles? Un pazzo furioso. Di una musicalità spaventosa: suonava chitarra, basso, tastiere e batteria. Cantava da paura. Qualsiasi strumento mettevi davanti lui lo suonava». 

Come lo hai conosciuto?

«Mi è stato presentato da un tuo compaesano, ovvero Bruno Zarzaca, che aveva la gestione del suo management. Un giorno lui stesso mi disse che c’era la possibilità di suonare con Buddy Miles: “Ti andrebbe di suonare con lui?” “E me lo dici pure? Certo che mi va!”. Da allora è cominciata la nostra conoscenza. Lo incontrai di persona ad una serata al Marmaids a Pontecagnano sulla litoranea. Ero lì a provare i pezzi scelti da Buddy con altri amici. Ad un certo punto si fermarono tutti: “Oh, ma che state facendo?”. Non mi accorsi che c’era Buddy Miles proprio dietro di me. C’era lui sulla sedia a rotelle che, tutto contento, ci incitò di proseguire con le prove». 

La musica lo ha guidato fin da ragazzino. A 13 anni ha lavorato come scaricatore e raccolto patate per due mesi per potersi permettere la sua prima chitarra elettrica ed iniziare finalmente ad imparare a suonare. In quel periodo gli album dei bluesman americani erano rarissimi e doveva cercarseli in giro per l’Italia. Da questa passione ha avuto origine quello che poi è diventato il suo nome d’arte: Peppe O’ Blues.

Come sono stati i tuoi anni negli Stati Uniti d’America? 

«Vinsi una borsa di studio con l’Orchestra dell’Umbria Jazz nel luglio 1985. Di fatti, aprimmo un concerto di Steve Ray Vaughan. Poi partii per studiare alla Berklee College of Music di Boston. Sono stato tre anni e ho girato anche per New York. Diverse volte, negli anni ’90, sono tornato in America fino a quando nel 2007 mi trasferii a Londra. Ovviamente, in America incontri mentalità completamente diverse. Andai a suonare nei locali storici di Chicago, nel quartiere South Side. Ma in quei luoghi, i bianchi, non potevano entrare…»

E come ci sei entrato?

«La prima volta andai da cliente al Checkerboard Lounge. Chiamai un taxi per farmi accompagnare. Ricordo quel tassista, unragazzo di colore che, quando diedi l’indirizzo del Chet Bod Lunch di Chicago nel quartiere South Side, mi guardò dallo specchietto e mi disse: “What the fuck are you doing in that place? I’m not taking you there!”. Accostò il taxi e mi fece scendere. Quel ragazzo chiamò un altro taxi per farmi scendere in quel locale. Lui non voleva proprio portarmi. Questa cosa mi incuriosì molto. Sai, entrare nel ghetto nero dove un tassista di colore ti dice che non voleva portarti lì… “Chissà stasera cosa vedrò“, pensai! Alla fine, arrivò quest’altro tassista – stavolta centramericano – che senza problemi mi portò al locale. Effettivamente, una volta entrato nel locale, mi accorsi che di bianco non c’era neanche il colore alle pareti. Ovviamente, mi sentii molto osservato dalla clientela… Mandarono una ragazza vicino per capire che cosa volessi, che cosa ci facevo lì. Una volta che capirono le mie buone intenzioni, che io stavo lì per sentire un blues che non avrei mai sentito da nessun’ altra parte nel mondo, allora si tranquillizzò la situazione. Nel locale, c’era questa persona che manteneva un po’ le cose sotto controllo. Lo chiamavano Lone Ranger, questo mitico personaggio di colore con la mascherina con due volt 45 nella cintura. Feci amicizia con lui, bevemmo qualcosa insieme. “Quando ci sono io qui, no problem!”. Però mi disse che se fossi uscito da solo, fuori il locale, per fare due passi per l’isolato, non avrebbe garantito più nulla. Infatti, quando me ne andai, mi chiamò un taxi apposta. Lui mi accompagnò fino alla porta del taxi una volta arrivato fuori al locale. Per dirti… quei posti erano davvero pericolosi…»

“Michael Coleman è stato un punto di riferimento per me a Chicago”

Con chi hai suonato al Checkerboard Lounge di Chicago?

«Con Michael Coleman! Lui era originario di Chicago. Anche essendo bianco e avendo stimolato curiosità e forse più di qualche sospetto, debbo dirti che fu una bellissima esperienza umana. Mi offrirono anche da bere…»

Beh, un segno di distensione…

«Significava proprio quello. C’erano dei codici e tu capivi come buttava la situazione. Nel momento in cui ti poni con estremo rispetto, loro ti accolgono. In quel locale hanno suonato Muddy Waters, i Rolling Stones… Poi è andato in disuso. Non si guadagnava chissà quanto a gestire un locale del genere. I bianchi preferivano altri posti. E i bianchi erano quelli che avevano i soldi». 

Peppe O’Blues nasce a Pomigliano D’Arco dove per caso all’età di undici anni ha l’opportunità di ascoltare un disco di John Lee Hooker, uno dei padri del blues, e quel momento lo cattura a tal punto che capisce di aver trovato la sua strada: la musica e il blues.

Cosa mi racconti invece di B.B. King?

«È stata una fortuna incontrarlo dopo averlo sentito circa venti volte dal vivo. Ricordo un suo concerto in Italia, a Terni, nel 1982. Scappai di casa per andarlo a sentire. All’epoca ero una testa calda. Quando dissi a mio padre che volevo andarlo a sentire, ovviamente mi proibì di farlo. Alla fine, feci di testa mia. Non mi pentii. B.B. King in quegli anni era un treno, vestito di marrone, elegantissimo. Lui aveva questa idea della musica molto elegante, quindi va da sé che il suo stile di vestiario era come lui intendeva la musica. Lì ti rendevi conto perché le persone impazzivano a sentirlo. B.B. King aveva poi questa abitudine che, dopo un suo live, apriva i camerini a tutti quelli che volevano conoscerlo. Le persone tutte in file per stringergli la mano e fare fotografie con le macchine fotografiche dell’epoca. Io aspettai fino a quando non uscì dal camerino, mi fermai a due metri da lui. Incominciai a piangere come un bambino e non ebbi la forza e il coraggio neanche di toccarlo. Fortuna vuole che ebbi la possibilità di incontrarlo a Chicago, in un bellissimo contesto familiare. Era un periodo, all’inizio degli anni ’90, dove suonavo molto con la figlia, Shirley, al Kingstone Miles. Chiesi appunto alla figlia di poterlo incontrare come se fossi un membro della loro famiglia. Conobbi King in casa, mentre che lui stava giocando con i nipotini. Devo ringraziare Michael Coleman per questo. Fu un vero faro per me quando mi trovavo a Chicago». 

“Quando conobbi B.B. King grazie alla figlia Shirley…”

Che uomo era?

«Aveva un cuore enorme. Ha sempre aiutato tante persone con la sua musica, ha salvato le persone con la sua musica. Ricordo le sue tournée nelle carceri, negli orfanotrofi. Ha sdoganato la visione del blues come la musica del diavolo. Giovanni Paolo II lo fece suonare in Vaticano, B.B. King regalò al pontefice una chitarra. Il Papa disse: “Questa non è la musica del diavolo, ma la musica degli angeli”. Ricordo che parlammo molto di questo evento: mi disse che da dove veniva lui e con la sua vita adolescenziale molto difficile, non avrebbe mai immaginato di arrivare a regalare la sua chitarra al Papa. Gli chiesi che cosa pensò quando incontrò il Papa per la chitarra: “Vedi, Peppe, io pensai: speriamo che impari a suonare la chitarra così si diverte come mi sono divertito io!”. Questo era B.B. King. Un uomo semplice che aveva sofferto molto da bambino. E nella sua musica, si sentiva lo spessore di questa vita. Ai suoi concerti, c’era un clima di festa, abbracciava tutti e parlava con tutti. Era molto grato».

Ma torniamo in Italia: mi racconti le serate a Napoli con Maradona?

«Erano sempre gli anni ’90. Un bel periodo per Napoli e per la musica. C’erano progetti molto interessanti, c’era Pino Daniele e i suoi musicisti. Ricordo Tullio De Piscopo, James Senese, Tony Esposito, Joe Amoruso. Poi c’era Massimo Troisi. E c’era anche Maradona! Noi musicisti, dopo aver suonato in giro per Napoli, avevamo questa abitudine di andare in questo bar di fronte al San Paolo… Molto spesso, arrivava Diego. Completamente scatenato. Si divertiva ad andare in giro a suonare i citofoni alle 3 del mattino sotto i palazzi. Questa cosa lo faceva divertire come un ragazzino! Era pur sempre un ragazzo, dai». 

Peppe O’ Blues: “Maradona? Artista generoso”

Maradona era un artista a suo modo?

«Assolutamente sì. Era una persona che se sapeva che tu avevi bisogno di qualcosa, non se lo faceva ripetere due volte. Ha aiutato tantissime persone». 

Ma facevate serata insieme quindi?

«Spesso suonavo in un locale a via Martucci da Michele. Questo locale aveva l’ingresso principale, appunto, in via Martucci. L’altra uscita, invece, in Via Crispi. Veniva Maradona ed esplodeva la festa. Quando la polizia veniva a fare delle retate, Maradona e i suoi compari, uscivano dall’uscita in Via Crispi. Era tutto perfetto. Erano tempi belli, anche perché Napoli viveva 24 ore su 24. C’era molta meno delinquenza e criminalità, almeno così io percepivo la città. Napoli era il centro del mondo. La gente voleva divertirsi…»

Cosa ne pensi dei fatti successi a Napoli ultimamente? Nello specifico, dell’omicidio di Giovan Battista Cutolo, il giovane musicista…

«Non ho avuto il coraggio di addentrarmi nella notizia… Purtroppo i giovani oggi sono sottoposti ad una cultura che impone delle cose completamente sbagliate. Nel momento in cui un ragazzo ha una Lamborghini è uno buono, anche se magari fa una vita a discapito di tanti altri, allora siamo alla rovina. Nel momento in cui un insegnante viene preso in giro dagli alunni, è finita. È il momento in cui non si apprezza più la correttezza e il rispetto verso gli altri. La Napoli che ho vissuto io era quella che si arrangiava. Oggi è la Napoli che vuole fotterti».

Non si smette mai di imparare

C’è stata una parentesi nella tua vita in cui ti sei dovuto fermare. Hai voglia di raccontarcelo?

«Avevo finito questo cd in studio per festeggiare i 30 anni della mia band, gli Hell’s Cobra. È arrivato il covid, e ci siamo bloccati. Finito il covid, mi sono ammalato di cancro. E ho dovuto affrontare questa cosa. Tra chemio e radio, sono stato malissimo. Ma ho visto la vita da un altro punto di vista. Negli ospedali c’è tanta sofferenza e dolore». 

Hai avuto modo di imparare – ancora una volta – che nella vita non si smette mai di imparare…

«Fortunatamente non si smette mai di imparare. È stato un bel viaggio. Adesso pare che il Signore mi abbia concesso questa proroga…»

Tu sei credente?

«Sì, molto. Sono 20 anni che ho ripreso a credere. Se il buon Dio ha deciso di rimettermi in sesto, vuol dire che torneremo a lavoro e fare sempre musica. Sono una persona molto fortunata. Nella vita ho fatto quello che volevo davvero fare e come volevo fare io. È Una grande fortuna. Io non lavoro, mi diverto. Devo farlo finché posso salire la scaletta di un palco. Quando non potrò, vuol dire che mi farò accompagnare. B.B. King così faceva. Buddy Miles, ad esempio, suonava su una sedia a rotelle. Ma suonava. Noi dobbiamo essere catalizzatori di energia e poter dare alle persone questa energia». 

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