Brucia. Il campo profughi più grande d’Europa, quello di Moria a Lesbo. Insieme a lui, brucia il futuro di oltre dodicimila persone, tra cui molti bambini, senza più alloggio, viveri, acqua e cure mediche. Insieme al loro futuro, brucia quello di un’Europa che ha fallito nella gestione delle migrazioni e che si è mostrata incapace di assicurare il rispetto dei diritti umani perfino entro i propri confini.

Siamo a Lesbo, sotto il sole cocente della Grecia. Sulle colline, tra gli ulivi, un labirinto di container e tende che migliaia di persone chiamavano casa. Costruito nel 2015 con i fondi dell’Unione europea, il campo di Moria avrebbe dovuto ospitare massimo tremila persone e per pochi giorni, in attesa del trasferimento in altri paesi europei. Nel 2017, il rifiuto delle quote di richiedenti asilo da parte di alcuni paesi ha bloccato il sistema e il campo si è trasformato in un carcere a cielo aperto, arrivando ad ospitare anche ventimila persone. Questo ha comportato conseguenze inevitabili sulle condizioni di vita, sull’accesso ai servizi igienici, all’acqua e all’elettricità, il che ha anche facilitato il diffondersi di infezioni e malattie come HIV e tubercolosi. In queste condizioni, con lo scoppio dell’epidemia Covid si preannunciava un disastro. Tuttavia, il governo greco non ha adottato nessun piano né per prevenire né per affrontare un eventuale focolaio, decretando, invece, un lockdown totale del campo. Naturalmente senza che fossero garantite mascherine, disinfettanti né servizi igienici e con l’evidente impossibilità del distanziamento fisico. Il confinamento è andato avanti per ben sei mesi. Una misura ingiusta e discriminatoria dato che nel frattempo il resto del paese era uscito dal lockdown e aveva aperto le frontiere ai turisti. La seconda settimana di settembre, all’ombra delle fiamme della California (innescate proprio il giorno prima), un incendio devastante – probabilmente scatenato da rivolte e scontri legati proprio al lockdown – ha distrutto completamente il campo. Lamiere deformate, scheletri di container, immondizia in decomposizione è tutto ciò che resta. Senza alcun piano di evacuazione, oltre dodicimila persone, tra cui 400 bambini, sono scappate e si sono riversate in strada senza cibo, acqua o riparo. Hanno perso tutto, molti anche i documenti. Tra loro anche pazienti Covid e persone potenzialmente infette che non sono mai state testate. Il governo greco ha dichiarato lo stato di emergenza per tutta l’isola e la polizia antisommossa, armata di manganelli e lacrimogeni, ha bloccato le strade attorno il campo per evitare che raggiungessero i centri abitati e non sono mancati abusi su donne e bambini. Un nuovo campo è stato allestito per “accogliere” ottomila persone, ma nelle stesse condizioni e con le stesse restrizioni precedenti.

Tutto questo accade nella civilizzata Europa. Attribuire la responsabilità al solo governo greco è irragionevole. Quello che è successo è il risultato di anni di inerzia europea, di politiche di contenimento e della creazione di hotspot infernali ed è prova inconfutabile del loro fallimento.  Come ha reagito l’Europa alle terribili immagini circolate via web? Nonostante l’indifferenza della maggior parte dei paesi europei – che ricordiamolo, sono 27 – Germania e Francia hanno deciso di accogliere i 400 minori stranieri non accompagnati; l’Olanda si è impegnata ad accogliere 100 persone, mentre l’Italia 300.  A dimostrazione che quando c’è la volontà, non servono mesi o anni di burocrazia perché gli Stati Membri facciano la loro parte. Ma come al solito, si preferisce aspettare le tragedie. E Moria è solo uno, il più grande, degli hotspot della Grecia in quelle condizioni. Sotto pressione, la Commissione europea ha accelerato le procedure per formulare una proposta per il nuovo Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo (23 settembre). Ma il testo, che avrebbe dovuto alleggerire la pressione su Stati come Italia, Grecia e Spagna e rinnovare l’immagine di una Ue solidale e umana, fa tutt’altro. A causa della “mancanza di intesa tra gli Stati membri”, non è stato possibile prevedere nessun meccanismo permanente e automatico di ricollocazione europea, nessuna sanzione per chi non aderisce al sistema e nessuna correzione della Convenzione di Dublino (che prevede che i primi paesi d’ingresso Ue gestiscano interamente la richiesta di protezione internazionale). La proposta è incentrata sui rimpatri, il rafforzamento delle frontiere, gli accordi con i paesi di origine e di transito e ulteriori procedure da adottare per i paesi di frontiera. Prevede inoltre una “contribuzione flessibile” da parte degli Stati membri al meccanismo di “solidarietà” che possono scegliere se accettare il ricollocamento di migranti oppure altre forme di supporto logistico o operazionale. Insomma, un passo indietro più che in avanti.

Così l’Europa brucia insieme a Moria, in ginocchio davanti ai governi sovranisti e sopra i diritti e il futuro di milioni di persone.

di Giorgia Scognamiglio

Print Friendly, PDF & Email