Uè! e cherè ‘sta guagliunera? Siete venuti tutti quanti giusto nel giorno del mio compleanno?!

Le cose andano come gli anni, che sono 23. Guagliù, 23 caffè ve li offro oggi tutti insieme, sono già ubriaca di caffè, assuefatta dalla caffeina e devo fare necessariamente una riflessione su questo numero che a Napoli e nel mondo è per svariati motivi emblematico.

Facciamo gli acculturati: nella smorfia Napoletana, il 23 rappresenta il giullare di corte, quell’uomo che intratteneva i Reali rendendosi ridicolo di fronte a loro ed al pubblico; ai tempi, essere giullare di corte veniva considerato un vero e proprio mestiere, che permetteva di guadagnarsi da vivere, e non solo nel Regno di Napoli. Oggi, più comunemente, il 23 è o’ scem: si narra che in tradizione napoletana lo scemo non venisse inteso come buffone o persona ridicola, bensì come venditore ambulante dall’aspetto grottesco, che vendeva mele in inverno e sorbetti al limone d’estate… ma chissà.
Sicuramente è rimasto un mestiere: ci sta gente che per fare il 23 si intasca un patrimonio ogni mese.
Quindi chi è ‘stu 23? Qual è il concetto di scemo oggi? Ma in fondo, simme tutte quante 23. Pure vuje che state qua a prendervi il caffè, chi per un motivo e chi per un altro. C’è chi è meno 23. chi urla “discorso discorso” forse lo è un po’ di più, ma alla fine tutti lo siamo o lo siamo stati, quindi brindiamo a tutti i 23.

Brindiamo ai guaglioni 23 che scelgono di fare l’università per moda, ego e poi vogliono chiamare 23 quelli che per un motivo quasiasi non l’hanno fatta. Brindiamo ai 23 che si mettono col culo sulle poltrone a discutere su genitore 1 e genitore 2; loro fanno i genitori 23 e songhe ‘cchiù 23 e’ tutte quante.
Ai 23 che ancora preferiscono stare zitti e subire le ingiustizie, e anche a quelli che non restano in silenzio, e si lasciano chiamare 23.
Brindiamo agli altri guaglioni 23 che se ne vanno da questo posto perché non riescono a trovare la loro strada qui.
Ai 23 che ti chiamano 23 perché non rispecchi le convenzioni sociali ed agisci secondo le tue convenzioni e secondo il tuo modo di pensare. Ai 23 che ti credono 23 senza sapere che non solo 23, ma sei anche 24, 25, 26…

Ai 23 ca nun stanne capenne il senso di questo discorso, ai 23 che per forza vogliono trovarlo, ai 23 che si prendono il caffè amaro (‘cu tutt’ o’ bene, site 23 veramente).
Ai 23 che si innamorano ancora, che regalano i fiori e che si accontentano dei tramonti, continuate ad essere 23 e siatene fieri.
Ai 23 che ogni giorno si svegliano e sanno che dovranno lavorare 12 ore per uno stipendio da 23: siete i meno 23 di tutti, nella realtà dei fatti.

A tutti i 23. Indistintamente. Soprattutto a quelli che ogni qual volta leggono i miei metaforici e contorti discorsi, mi chiamano 23. Brindo a questo mio sproloquio, dovuto al fiume di pensieri che vorrei esprimere, e non ci riesco perchè ci vorrebbero altri 23 anni.

 

Vabbuò, v’agge abbuffate e’ 23 quando alla fine potevo scrivere, semplicemente, “simme ‘na banda e’ sciem”.

di Daniela Russo

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