C’è sempre un po’ di malinconia nell’ultimo giorno dell’anno. C’è quella strana sensazione che, inevitabilmente, fa capolino alla bocca dello stomaco, la nostalgia delle ultime cose.

L’ultima colazione e l’ultimo aperitivo, l’ultimo “ti amo”, l’ultima opportunità.

L’ultimo giorno dell’anno è un giorno di bilanci, di rimpianti e “se avessi”. Un momento per mettere sotto la lente di ingrandimento la propria vita e sentirsi un po’ insoddisfatti, ma solo perché si è umani. Si rimpiange tutto ciò che è andato perduto: persone, amori, testa e opportunità. Tutti i treni lasciati partire senza rimpianti e rimorsi diventano improvvisamente il treno che passa una sola volta nella vita. Che poi, esisterà davvero questo treno?

È quel giorno che, forse, nessuno vorrebbe mai vivere. Che si abbiano vent’anni, cinquanta o ottanta, alla porta di ognuno bussa qualche demone interiore con cui fare i conti per l’ultima volta. Per quell’anno, s’intende.

È il tempo in cui non c’è più tempo: un nuovo anno si staglia all’orizzonte e ognuno lì, fermo, a guardare indietro per l’ultima volta. Non c’è più tempo per parlare, per chiarirsi, per spiegarsi, non c’è più tempo per perdersi in cose inutili. È un giorno un po’ così, sospeso in bilico, a metà fra ciò che è stato e ciò che sarà. Fra chi c’è stato e chi ci sarà.

È a metà fra la voglia di fare e quella di lasciar perdere, perché tanto “se ne parla l’anno prossimo”, una bilancia con l’ago impazzito che oscilla in maniera ossessiva fra “perché non l’ho fatto” e “che cosa farò domani”. È il giorno delle contraddizioni: del pranzo che si protrae fino all’ora di cena, accompagnato dal buon proposito di iscriversi in palestra, dei sorrisi di circostanza da riservare alla famiglia riunita, per celare la voglia di restare un po’ con se stessi: c’è ancora poco tempo per decidere finalmente chi essere, domani.

È un giorno di ansia e di speranza. Di un’incertezza mitigata dalla curiosità di voler scoprire a tutti i costi cosa ha in serbo l’anno che verrà. Quasi a desiderare di vivere tutti i trecentosessantacinque giorni successivi in uno solo, per piombare direttamente al prossimo ultimo giorno dell’anno, a riviverne le sensazioni.

È il giorno in cui si consulta l’oroscopo con l’esuberanza di un bambino, malcelata dal cinismo di un vecchio: in fondo, si sa che il cielo cambia e ciascuno con lui, e che non tutte le stelle saranno ostili. È un giorno di progetti, di buoni auspici, è il giorno della verità, del tête-à-tête con se stessi. Gli auguri non si risparmiano a nessuno, sono praticamente d’obbligo. Ma allo scoccare della mezzanotte, dopo un turbinio frenetico di pensieri, ecco che si azzera tutto: non c’è più spazio per pensare a cose e persone ormai passate, non più spazio per quello che è stato. Sono pochi i pensieri della mezzanotte, e non solo per l’alcool in circolo. Ma anche se fosse, in vino veritas, e la verità è che saranno proprio quei pensieri le fondamenta su cui si costruirà l’anno appena inaugurato.

La verità, in fondo, è che bisognerebbe vivere tutti i giorni con lo stesso spirito dell’ultimo giorno dell’anno.

E non è una contraddizione. Bisognerebbe rovesciare ogni giorno quel bicchiere che ci si ostina a vedere mezzo vuoto, per realizzare che in realtà vuoto non era affatto. Brindare ogni giorno alle persone incontrate e a quelle che non si incontreranno più, a quelle che sono state meteore e a quelle che resteranno, per sempre, solide rocce nella propria vita. Alle battaglie vinte, ai traguardi raggiunti, anche a quelli più piccoli e insignificanti, perché i palazzi si costruiscono pietra dopo pietra.

Brindare, infine, a se stessi. Sorridere a chi si è stati e aver fiducia in chi si sarà. Ma soprattutto, aver fiducia nel domani.

Perché non tutte le stelle saranno ostili.

Buon 2020!

 

di Teresa Coscia

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