Ogni gruppo possiede un proprio sistema di valori a cui i membri si conformano. Anche la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra hanno propri modelli di comportamento, caratterizzati dal rifiuto dell’autorità pubblica, dalla resistenza alle pretese di controllo e di dominio dello Stato e finalizzati a porsi agli occhi della popolazione come una forma di anti – Stato. Si parla di subcultura mafiosa per intendere il complesso di valori che caratterizzano le organizzazioni di stampo mafioso, ‘ndranghetoso e camorristico; una subcultura visibile nei simboli, nei riti, nel linguaggio, nelle concezioni – alterate- di amicizia ed onore.
I provvedimenti giudiziari – sentenze passate in giudicato, sentenze non definitive, misure cautelari – relative ai clan operanti nel napoletano e nel casertano sono importanti non solo per la ricostruzione dei reati e la individuazione dei loro autori, ma perché offrono uno “spaccato” di quella parte della nostra società permeata dalla subcultura mafiosa.
Non può infatti tacersi che la capacità dei clan di resistere nel tempo, talvolta rinascendo dalle ceneri di faide interne alla stessa criminalità organizzata o di interventi repressivi delle FFOO e della magistratura, e di rigenerarsi attraverso nuove leve, fonda proprio sulla condivisione della subcultura mafiosa di cui i territori del napoletano e del casertano sono permeati da decenni.
È innegabile che la presenza dei clan e la condivisione della subcultura mafiosa da parte di segmenti significativi della popolazione di un territorio ridonda a danno dell’intera popolazione.
Sotto un primo profilo, il radicamento della subcultura mafiosa in determinati territori finisce per “marchiarli”; invero quei territori e le persone che vi abitano vengono nell’immaginario collettivo identificati nella criminalità organizzata che vi opera.
Il duplice danno
Inoltre la presenza dei clan mina lo sviluppo di una sana imprenditoria sul territorio. L’imprenditore onesto sceglie di andare via per evitare l’aggravio dei costi legato alle sistematiche estorsioni dei clan, o altre forme di imposizione. Ciò comporta un duplice danno. Perdita di sviluppo economico ed occasioni di lavoro per gli abitanti di quei territori, e controllo del mercato da parte di imprenditori che sovente da estorti diventano collusi o intranei ai clan.
E quei pochi imprenditori onesti che scelgono di restare e di opporsi alle richieste estorsive dei clan, pagano in termini di sicurezza personale e subiscono, dagli imprenditori e dagli operatori del mercato con cui si interfacciano, atteggiamenti prevenuti e penalizzanti, proprio per essere provenienti da territori controllati dalla criminalità organizzata.
Senza tacere delle infiltrazioni dei clan nelle amministrazioni soprattutto comunali, con il conseguente condizionamento della politica locale ed un aggravio dei costi per i servizi pubblici – spesso di bassa qualità – erogati dagli enti; si pensi per tutti agli effetti nefasti delle infiltrazioni delle organizzazioni camorristiche nel settore dei rifiuti.
Sotto diverso profilo, il radicamento della subcultura mafiosa nei territori delle province di Napoli e Caserta è alla base di fenomeni significativi di devianza giovanile. È infatti evidente che la subcultura mafiosa si tramanda di padre in figlio; in questo caso la famiglia incarna un modello di vita illecito, in cui il reato è elevato a “lavoro”, e l’arresto è vissuto come un “rischio calcolato” fino a percepire il reato e l’arresto come una componente “normale” della vita.
Ma anche oltre il contesto familiare, vi sono zone, sia nelle metropoli come Napoli che in alcune cittadine della provincia sia napoletana che casertana, dove la criminalità organizzata costituisce un punto di riferimento storico che fa incetta di adepti proponendo modelli di vita apparentemente vincenti.
In tali contesti fare la “malavita” ed andare in carcere è un “onore”, uno strumento per farsi belli agli occhi delle ragazze, nonché un modo per fare soldi facili e poter sfoggiare orologi di lusso, gioelli, scarpe ed abiti di marca, moto, auto.
Giovani e subcultura mafiosa
Dalle più recenti indagini, che traggono spunti investigativi importanti dai social, emergono i nuovi modelli della subcultura mafiosa: ragazzi giovanissimi, spesso appena maggiorenni, che postano foto con abiti ed accessori di lusso, mentre impugnano armi e lanciano messaggi esplicitamente violenti e minacciosi.
E la raffigurazione spesso romanzata della subcultura mafiosa nelle produzioni televisive ed in alcuni generi musicali non aiuta, concorrendo ad esaltare modelli di vita permeati dalla illiceità e dalla violenza.
E proprio questi nuovi modelli spiegano il diffondersi – per lo più nel napoletano ma di recente anche nel casertano – del fenomeno delle “stese”, in cui gli affiliati, quasi sempre molto giovani, senza travisamento alcuno proprio al fine di essere riconosciuti ed associati ad organizzazioni criminali, sfilano per le strade del quartiere in auto o su motocicli sparando – incuranti delle persone presenti – al fine di affermare il controllo sul territorio del clan di appartenenza.
Appare dunque chiaro come i fenomeni mafiosi vanno affrontati non solo in un’ottica repressiva ma anche in chiave preventiva, andando a colpire le fondamenta che albergano in modelli di subcultura diffusi in settori significativi della popolazione.



















