Molti pazienti guariti dal Covid-19 hanno avuto, successivamente alla negativizzazione, una serie di sintomi che si sono protratti per settimane o per mesi, tanto da definire una nuova malattia: la Sindrome post-Covid o “Long Covid”. La varietà di questi disturbi, legati solo in parte alla severità con cui si era manifestata la malattia, va ben oltre quello che ormai si considera il normale corso della convalescenza. A volte i sintomi sono così disparati e generici da essere difficilmente correlabili al virus: spossatezza, affanno, perdita dell’olfatto o del gusto, tosse persistente, confusione mentale, problemi di memoria, dolori muscolari e articolari, insonnia.

L’eziologia varia ed è quasi certamente multifattoriale. Potrebbe essere dovuta a risposte immunitarie eccessive, infiammazioni cardiopolmonari o sistemiche, infiammazione vascolare o disturbi della coagulazione, e danni diretti provocati dalla replicazione virale nel corso della fase acuta della malattia.

Uno studio pubblicato dalla rivista “Clinical Microbiology and Infection“, ha evidenziato che a due mesi di follow-up, due terzi dei pazienti esaminati riferivano ancora dei sintomi; fra i più frequenti: affanno, perdita dell’odorato e del gusto e/o senso di stanchezza. Un altro, condotto da ricercatori italiani su 143 pazienti dimessi dall’ospedale, ha trovato che solo uno su otto era completamente libero da sintomi 60 giorni dopo l’inizio della malattia.

Il King’s College di Londra ha coinvolto quattro milioni di utenti nel Regno Unito, chiamati ad inserire su una app i propri sintomi via via che li riscontravano. I ricercatori hanno riferito che il 10% circa dei pazienti aveva avuto sintomi persistenti per un mese, e l’1,5-2% ne soffriva ancora a tre mesi. Analizzando alcuni andamenti, si è notato che la sindrome post-COVID è due volte più frequente nelle donne che negli uomini, e l’età media è di 45 anni.

Si sono riscontrate complicanze come miocardite, aritmie cardiache e altre sequele che interessano il cuore a distanza di settimane dall’infezione, nonché anomalie polmonari come la fibrosi, che porta ad una ridotta funzionalità del polmone. Queste condizioni potrebbero spiegare l’affanno, i dolori al petto o la tachicardia. A questi si aggiungono sintomi neurologici come capogiri, mal di testa, perdita di olfatto o gusto, etc. E mentre l’ictus non è segnalato comunemente nel COVID acuto, sono stati descritti encefalite, attacchi di tipo epilettico e “annebbiamento mentale” parecchi mesi dopo l’infezione iniziale.

Gli effetti psicosociali a lungo termine che questo virus sta avendo sui sopravvissuti al COVID, invece, devono essere ancora chiariti. Sono stati riscontrati ansia, depressione, disturbo postraumatico da stress (soprattutto in operatori sanitari o in pazienti reduci da terapia intensiva), delineando vere e proprie patologie che si stabilizzano dopo la guarigione, con difficoltà di reinserimento nel lavoro, nell’ambiente e nel tessuto sociale.

Resta da capire, in generale, se si tratti di complicazioni che nel tempo trovano una risoluzione o se, al contrario, i sintomi tendano a cronicizzare. Per determinarlo, ma anche per valutare il tipo e la durata della risposta immunitaria, sono stati organizzati ambulatori dove i pazienti “guariti” dal Covid vengono sottoposti ad una serie esami e prove di funzionalità cardiaca e respiratoria, per capire se può esserci una tendenza alla cronicizzazione del quadro clinico, meno grave di quello acuto ma comunque rilevante in termini di gestione della salute a lungo termine.

di Patrizia Maiorano

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